Intrigo internazionale (caccia al libro)

1. Un uomo innocente?

I film di Alfred Hitchcock si aprono di solito su un uomo che vive una situazione delle più comuni, quasi banale: passeggia in una strada, beve un drink con una donna, viaggia su un treno. Ma all’improvviso quell’uomo è travolto da una serie di eventi non convenzionali, che trasformeranno l’episodio iniziale nell’innesco di paure inattese e pericoli sorprendenti, che l’eroe dovrà affrontare suo malgrado. Lo spettatore avrà allora l’impressione che l’uomo della scena iniziale sia un innocente gettato nella tempesta a sua insaputa, e parteggerà per la sua costanza, ma anche per la sottile ironia con la quale fronteggerà i rovesci della sua fortuna. Ma l’impressione sarà davvero corrispondente alla realtà, quale si rivelerà al termine della vicenda?

Spesso l’eroe di Hitchcock ha il volto e l’abbigliamento di un indecifrabile Cary Grant, e rimarremo sempre nel dubbio che quell’uomo sia innocente o colpevole, pur innegabilmente elegante.

La nostra storia, a differenza di quelle raccontate da Hitchcock, non è intesa a essere angosciosa e appassionante, ma tranquilla e garbata. Confido tuttavia che si risolva in una forma altrettanto ambigua.

2. Un libro raro

Il nostro racconto si apre su un libro. È apparentemente un libro comune, che si trova sullo scaffale di una biblioteca come molti altri. Ha però la particolarità di essere estremamente raro, e perciò stesso ricercato. Ne sono venuto a conoscenza per caso, parlando con uno studioso di storia in un caffè di Breno, a metà di una fresca giornata d’autunno. L’aria era tersa e frizzante, come la si respira nelle Alpi in quella stagione.

Nel 1815, l’anno dell’ultima caduta di Napoleone, prima della prigionia nell’isola lontana di Sant’Elena, fu pubblicato a Londra un libro in tre volumi dal titolo francese: Histoire des conspirations formées contre Napoléon Buonaparte, depuis 1798, jusqu’en 1814, ou Chronique secrète de France et d’Italie depuis la création de la République Cisalpine jusqu’à la chute du tyran corse, publiée par le conseil des conjurés des deux pays; ovvero Storia delle cospirazioni ordite contro Napoleone Buonaparte dal 1798 al 1814, o Cronaca segreta di Francia e Italia dalla nascita della Repubblica Cisalpina alla caduta del tiranno corso, pubblicata dal consiglio dei congiurati di entrambi i paesi.

Bisogna ammettere che una simile presentazione del contenuto offre tutti gli elementi necessari a suscitare una certa curiosità: intrighi e cospirazioni, la vicenda di un uomo controverso quanto straordinario, l’Europa sconvolta dalla rivoluzione e dalle guerre, una storia segreta, un misterioso comitato internazionale di congiurati. Manca solo un’amante perduta.

Potrebbe dunque sembrare strano che un libro simile non abbia avuto successo. In realtà, così mi spiegava lo studioso durante la nostra conversazione, si trattava probabilmente di un’opera riservata a circoli ristretti e selezionati: ambienti governativi e servizi segreti. Erano forse questi, almeno in parte, gli stessi produttori del libro che si nascondevano dietro l’enigmatica espressione del «consiglio dei congiurati» proposta dal frontespizio.

Non posso dire molto di più a proposito del libro, perché devo confessare che non l’ho mai avuto tra le mani. Tutto ciò che ne conosco deriva dal catalogo della British Library, dove si trova una delle poche copie esistenti: una rapida consultazione mi ha permesso di viaggiare senza muovermi da casa, come quando Ludovico Ariosto visitava «il resto de la terra senza mai pagar l’oste», solo leggendo la geografia di Tolomeo; nello stesso modo in cui Robert L. Stevenson percorreva la mappa di un’isola che nessuno ha mai visto.

3. Un lettore ostinato

Quell’opera sulle cospirazioni ordite contro Napoleone è così rara, è stato affermato, «che può considerarsi come un manoscritto», dove ogni copia è un pezzo quasi unico piuttosto che un esemplare fra i tanti di una produzione seriale.

Ne consegue che anche le citazioni dell’opera sono estremamente rarefatte: l’impressione che ne deriva è quella di un libro tanto desiderato quanto poco letto, persino dagli specialisti.

Ma nel 1815, quando fu pubblicato, viveva in Scozia un lettore assai ostinato nella ricerca di libri non comuni, che nel contempo nutriva un vivo interesse per la vicenda di Napoleone. Quel lettore era Walter Scott. Reduce dallo straordinario successo del suo primo romanzo storico, Waverley (1814), forse ancora non sapeva che avrebbe scritto una biografia dell’imperatore dei Francesi, che sarebbe uscita oltre dieci anni più tardi; ma è certo che la Francia rivoluzionaria sta sullo sfondo del suo terzo romanzo, molto più vicino nel tempo, The Antiquary (1816).

E siccome i riferimenti a libri antichi e moderni, comuni e più rari, abbondano nelle pagine delle sue lettere come in quelle dei suoi romanzi, «non sarebbe avventato controllare se nella sua biblioteca possa trovarsi una copia di quella preziosa Storia delle cospirazioni, che pure è assente dalle più grandi biblioteche d’Europa, se si eccettua quella di Londra» pensai.

Così, subito dopo la conversazione nel caffè di Breno, eccomi a interrogare un nuovo catalogo, il secondo del nostro racconto. È il catalogo della biblioteca di Scott, pubblicato qualche tempo dopo la morte del grande romanziere (1838). Non ci delude. Una breve quanto precisa registrazione spiega che, nello scaffale denominato «S» e dedicato alle opere francesi sulla storia e le gesta di Napoleone, il primo palchetto ospita la «Histoire des Conspirations formées contre Napoléon Buonaparte, etc. 3 tom. 8vo. Londres». Anche se il titolo è abbreviato dal compilatore, non c’è dubbio circa la sua identificazione.

Molte domande ci si fanno incontro a questo punto. La prima dev’essere senz’altro: dove si sarà procurato quel libro rarissimo? Non era certo una di quelle pubblicazioni che si trovano in una comune libreria, nemmeno all’epoca di Scott. Avrà fatto valere la propria fama? Avrà sfruttato le sue conoscenze tra i componenti della Camera dei lord a Londra o alla corte del re? E infine: avrà utilizzato le informazioni che sono contenute nel testo, mentre si accingeva a scrivere la sua Vita di Napoleone?

Library_Abbotsford
La biblioteca di Abbotsford in una cartolina d’inizio Novecento.

4. La beffa finale

È un segno della suprema ironia di Walter Scott il fatto che, a dispetto delle nostre domande, la sua copia del libro sia rimasta intonsa fino ad oggi: le pagine immacolate, le parole mute sulla carta ancora vergine.

Consultiamo un ultimo catalogo, il terzo della nostra storia, quello della Advocates Library di Edimburgo. È l’istituzione che conserva oggi la biblioteca di Walter Scott. La scheda dedicata ai tre volumi delle Cospirazioni ci dice che i fogli editoriali, duecento anni dopo la loro pubblicazione, sono ancora chiusi, «all pages uncut».

Era uno di quei libri che escono dalla tipografia con le pagine serrate l’una con l’altra, in attesa che la mano paziente del lettore adoperi una lama affilata per separarle: un’operazione che in questo caso, semplicemente, non avvenne.

Ottenuto uno dei libri più rari della sua collezione, agognato da un’intera comunità di studiosi, Walter Scott non lo aprì mai.

5. Nota bibliografica

Carlo Bazzani è lo studioso che mi ha fatto conoscere l’argomento, il 7 ottobre 2019. Ringrazio Elena dell’ospitalità offerta nel suo caffè di Breno, per la verità non solo in questa occasione.

Il libro al centro del racconto è, come spiegato nel secondo capitolo, Histoire des conspirations formées contre Napoléon Buonaparte, depuis 1798, jusqu’en 1814, ou Chronique secrète de France et d’Italie depuis la création de la République Cisalpine jusqu’à la chute du tyran corse, publiée par le conseil des conjurés des deux pays, Londres 1815. La scheda di catalogo consultata è quella relativa all’esemplare London, British Library, 10659.dd.2, disponibile alla pagina web ‹www.bl.uk›.

Il riferimento a Ludovico Ariosto rimanda alla Satira III, versi 61-66. Quello a Robert L. Stevenson, naturalmente, a Treasure Island, London, Cassell, 1883.

La considerazione sulla rarità del libro, che può quasi ritenersi un manoscritto, è espressa in «Il Risorgimento italiano», 19 (1926), p. 8.

Il titolo completo della Vita di Napoleone di Walter Scott è The Life of Napoleon Buonaparte, Emperor of the French, with a preliminary View of the French Revolution, 9 voll., Edinburgh-London, Cadell and Longman, 1827.

Il catalogo della biblioteca di Walter Scott nella sua tenuta di Abbotsford è Catalogue of the Library at Abbotsford, Edinburgh, Constable, 1838. La presenza del nostro libro è segnalata a p. 325, dove è descritto lo scaffale denominato «Press S. French works on the history and reign of Napoleon. Shelf I».

Non so se questa presenza possa avvalorare l’attribuzione della scrittura delle Conspirations a un ammiratore di Scott, Charles Nodier (1780-1844), che si affaccia per esempio in B. Gainot, La République contre elle-même. Figures et postures de l’opposition à Bonaparte au début du consulat (novembre 1799 – mars 1801), in Da brumaio ai cento giorni. Cultura di governo e dissenso politico nell’Europa di Bonaparte, a cura di A. De Francesco, Milano, Guerini e associati, 2007, pp. 143-55: 148. In questo caso lo stesso Nodier potrebbe essere seriamente sospettato di avere fornito il libro a Scott.

Il catalogo della Advocates Library di Edimburgo è consultabile alla pagina web ‹www.advocates.org.uk›.

Finito di scrivere il 23 ottobre 2019, © Simone Signaroli.

Sir Walter, vi presento Louisa (e Joanna, e Maria…)

Quando si pensa a un’amicizia tra donna e uomo sembra che l’immaginazione vada comunemente al film Harry ti presento Sally (When Harry met Sally, 1989): non c’è articolo sull’argomento che non lo citi, in genere chiedendosi se un simile rapporto sia mai possibile. Si tratta di una domanda che solitamente l’autore dell’articolo prende molto sul serio, e che qualifica con espressioni un poco enfatiche come «eterno dilemma» o «annosa questione».

Sia come sia, anche Walter Scott ha da dire la sua. In primo luogo ebbe in vita numerose amiche, alle quali era legato da corrispondenze epistolari, incontri personali, occasioni di collaborazione letteraria: dalla nobildonna Louisa Stuart alla poetessa e drammaturga scozzese Joanna Baillie, fino alla romanziera irlandese Maria Edgeworth.

Joanna Baillie
Mary Ann Knight, Ritratto di Joanna Baillie (1762-1851), particolare, National Galleries Scotland.

Chi legge Walter Scott sa che nei suoi stessi racconti non mancano personaggi femminili che hanno rapporti di amicizia con uomini. Ma sono le cornici metaletterarie, che racchiudono la narrazione, i luoghi dove si trovano gli incontri più interessanti: si ricorderà per esempio la conversazione di Peter Pattieson, autore fittizio di Old Mortality (1816), con la sua lettrice miss Martha Buskbody.

Oppure il colloquio di Chrystal Croftangry, l’immaginario raccoglitore dei Chronicles of the Canongate (1827), con Katie Fairscribe, la donna che gli racconta la storia di The Surgeon’s Daughter. Qui l’approccio dell’uomo all’amica contiene una riflessione teorica che non ha nulla da invidiare ai testi, o alla cinematografia, più recenti: solo li supera in grazia e leggerezza.

Per sgomberare il campo da possibili equivoci, si chiarisce innanzitutto che Chrystal Croftangry è uno scapolo di mezza età e non ha nessuna intenzione di sposarsi. È lui stesso a introdurre il proprio incontro con la donna:

«Non pretendo di essere indifferente alla compagnia di una donna giovane e graziosa, come vorrebbe chi si augura in simili occasioni di non provare “né felicità né pena”. Al contrario, posso osservarne con innocenza la bellezza, come qualcosa di cui si riconosce e apprezza il valore, senza per questo desiderare, o anche solo sperare, di possederla. Una giovane signora può in questi casi permettesi di conversare con il suo interlocutore senza nessun artificio o affettazione (cosa che le sarebbe impossibile con un giovane spasimante); e si può così mantenere un tipo di amicizia che è caratterizzato da una speciale tenerezza, forse in virtù della differenza di sesso, senza però che tale distinzione vi abbia un interesse diretto».

Immagino che Scott non ritenesse questa amicizia un’esclusiva di vecchi scapoli e ragazze non maritate: contrariamente a Chrystal Croftangry, Sir Walter era infatti un uomo sposato, e le sue amiche erano più vecchie di lui.

Finito di scrivere il 5 luglio 2019, © Simone Signaroli.

Tristano, Isotta e Biancaneve

Penso che si possa immaginare una fiaba alternativa nella quale Tristano e Isotta incontrano Biancaneve, il cacciatore e i sette nani, come nei racconti che si leggono nella rivista «Zeus!». Ma non è necessario aspettare che qualcuno scriva una storia come questa, perché si tratta di un incontro che in realtà è già accaduto.

1. Tristano e Isotta

Mentre stava lavorando alla sua raccolta di poesie e canti dei borders scozzesi, pubblicata nel 1802, Walter Scott si interessò a un manoscritto che si trovava nella biblioteca della corporazione degli avvocati di Edimburgo, della quale egli stesso era socio.

Il codice, oggi datato al secolo XIV, ma che Scott riteneva un po’ più antico, era appartenuto ad Alexander Boswell, padre del più noto James, e conteneva la più antica versione del romanzo di Tristano e Isotta in inglese medievale, risalente al XIII secolo (National Library of Scotland, Advocates’ ms. 19.2.1, denominato Auchinleck Manuscript).

Entusiasmatosi nella lettura di quel testo, e identificandolo (erroneamente) con un’opera del bardo scozzese Thomas the Rhymer, Scott si dedicò di buona lena al poema e ne curò la prima edizione a stampa, che uscì dalla tipografia nel 1804 (Edinburgh, Constable). Il poema ebbe grande successo e fu ripubblicato più volte, nel 1806 e nel 1811.

2. Le fiabe dei fratelli Grimm

Negli stessi anni in Germania i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, celebri studiosi della letteratura e lingua tedesca, avevano raccolto una collezione di fiabe della tradizione, pubblicandole poco dopo con il titolo di Kinder und Haus-Märchen, Berlin, Realschulbuchhandlung, 1812. Tra le storie che vi erano comprese, si legge anche Biancaneve.

3. Lettere e rune

Il luogo dell’incontro fu Abbotsford, la casa che Walter Scott acquistò lungo il fiume Tweed, vicino all’abbazia di Melrose. Nella biblioteca si trova tuttora una copia delle fiabe dei fratelli Grimm in quella prima edizione, all’interno della quale fu rilegata una lettera manoscritta del 1814, indirizzata da Jacob a sir Walter: è il biglietto che accompagnava proprio quel libro, inviato in regalo all’illustre Scozzese.

abbotsford
Abbotsford in un’immagine del tardo XIX secolo (Detroit Photographic Company), Washington, Library of Congress.

Era stato Scott a suggerirlo, in una lettera che da Abbotsford aveva scritto a Jacob il 29 aprile 1814, rispondendo a un biglietto ricevuto pochi giorni prima. Scott diceva di essere interessato alla raccolta di fiabe, che non era però riuscito a procurarsi, e prometteva di inviare a Jacob una copia della sua edizione di Sir Tristrem.

Le fiabe raggiunsero puntualmente la Scozia, come si è visto, ma anche una copia del libro di Scott fu recapitata ai fratelli Grimm, mantenendo la promessa. Lo sappiamo perché Wilhelm, quando pubblicò anni dopo uno dei suoi studi, citò proprio un episodio di Sir Tristrem riferendosi alla terza edizione del 1811, evidentemente quella che l’autore era riuscito a procurargli.

Il lavoro di Grimm era un saggio dedicato alle rune tedesche, e riguardava in particolare la divinazione con rametti d’albero, un’antica usanza germanica attestata fin dall’età classica. Era come se all’incontro fra Tristano, Isotta e Biancaneve, finalmente avvenuto, avesse partecipato anche Thor.

4. Nota bibliografica

Le fiabe dei fratelli Grimm nella biblioteca di Abbotsford sono registrate in Catalogue of the Library at Abbotsford, Edinburgh, Constable, 1838, p. 55.

La lettera di Walter Scott a Jacob Grimm del 29 aprile 1814 è pubblicata in Walter Scott, Letters, III, ed. by H. Grierson, London, Constable, 1932, pp. 434-39, disponibile all’indirizzo nell Walter Scott Digital Archive.

Il saggio sulla divinazione con i rametti d’albero è edito in italiano: W.C. Grimm, Sulle rune tedesche, Introduzione, traduzione, note e commento a cura di G. Garuti Simone, Roma, Carocci, 2010, pp. 170-77.

Finito di scrivere il 12 maggio 2019, © Simone Signaroli.

 

 

Liocorni e gattopardi (un viaggio in corriera)

1. Un incontro impossibile

Era prima mattina in un bel giorno d’estate, a Edimburgo. Un gentiluomo siciliano nato sul finire del XIX secolo, in viaggio per il nordest della Scozia, aveva appena acquistato il biglietto di una corriera per Queensferry e la stava aspettando alla stazione di partenza. La vettura era in ritardo e il viaggiatore ingannava il tempo pensando all’affittacamere che gli offriva alloggio, nel centro della città vecchia: l’aveva conosciuto ormai da qualche settimana, un attempato laburista appassionato lettore dei romanzi sociali di mrs Gaskell, che gli aveva fatto conoscere, con sua sorpresa nonché interesse.

Il silenzio di quei pensieri fu interrotto dai passi di un altro gentiluomo che si avvicinava in fretta: credeva di essere a sua volta in ritardo e temeva di avere perduto la corsa. Si accompagnava con un bastone da passeggio, cosicché il suo passo era triplice, piede bastone piede. Dimostrava all’apparenza cinquant’anni, o poco più. Portava una giacca di panno verde scuro, un panciotto giallo e un paio di pantaloni grigi lavorati a quadretti.

«Walter Scott, suppongo», disse il primo.

«In persona», rispose, «ma dite, signore, chi ho il piacere di incontrare?».

Houghton_44W-1384_-_Pyne,_Costume_of_Great_Britain_bn
W.H. Pyne, The Costume of Great Britain, London, Miller, 1808, Harvard University, Houghton Library.

2. Un viaggio in corriera

A questo punto il nostro racconto si fa difficile, perché occorre immaginare un dialogo tra defunti che in vita non possono essersi incontrati. È uno di quei colloqui che possono avvenire solo per iscritto, tra persone che si leggono di lontano. Walter Scott naturalmente non poteva riconoscere il viaggiatore, perché era morto prima che nascesse.

«Giuseppe Tomasi, lettore di tutti i vostri romanzi, e con piacere».

«Lieto di saperlo», rispose garbato l’incantatore del Nord. In cuor suo rimproverava chi ha avuto la malaugurata idea di inventarsi questo incontro, mettendolo in così chiaro svantaggio di fronte al suo compagno di viaggio. Ma era troppo ben educato per dirlo, e tacque per qualche istante.

Nel frattempo stava arrivando la corriera, non saprei dire se motorizzata come al tempo di Tomasi, oppure trainata da due coppie di cavalli, com’era comune nel primo Ottocento: di certo il conducente era un personaggio non difforme da quelli che si vedono oggigiorno sui mezzi pubblici della Valcamonica e di Glasgow, senza differenza apprezzabile. I due montarono a bordo. Quando il colloquio riprese, fu Scott a parlare.

«Questa scena me ne ricorda un’altra, che io stesso scrissi quando ero in vita. Anche in quel caso i due viaggiatori non si erano mai incontrati prima. Voi dite di avere letto tutti i miei romanzi. Anche voi, devo dire, avete l’aria di uno che scrive. Italiano, e dall’accento direi che vivete nel Mezzogiorno. Ma non siete di Calabria».

«Avete indovinato: sono principe di Lampedusa. E scrivo, è vero, ma l’autentico mio piacere è quello della lettura. Leggo quasi ogni cosa, perché il vero buongustaio, a quanto credo, è quello che sa apprezzare la più umile delle minestre di lenticchie».

«Leggete tutto quello che vi capita sott’occhio, insomma, come Cervantes quando trovò per caso il manoscritto con la storia di Don Chisciotte nella confusione di un mercato».

«So che avete un’autentica passione per quel romanzo, e in effetti anche ora lo citate, come in molti dei vostri lavori e delle vostre prefazioni».

«Sì, ma non divaghiamo, ho scritto fin troppo, e troppe prefazioni. Sono curioso di sapere che cosa può pensare di me un lettore come voi, che vive a cent’anni di distanza in una terra così diversa e, per taluni aspetti, così simile alla Scozia cui devo il mio nome, e che un po’ mi deve il suo. Spero che non abbiate tratto dai miei romanzi solo il piacere di una minestra di lenticchie, per quanto ben preparata».

«Tutt’altro, caro signore. Dovete sapere che consiglio a tutti la lettura dei vostri lavori, che ritengo i più formidabili racconti d’avventura, insuperabili davvero. E alcuni dei vostri personaggi lo sono altrettanto: Edgardo di Ravenswood per esempio. Così ombrosi, tormentati, audaci, avventurosi, sempre umani. Come i vostri cani (anch’io amo i cani, li amo ricambiato di quella peculiare sincerità che è solo loro, come voi sapete): sono sempre cani autentici, non semplici immagini letterarie di cani. E nemmeno come quelle macchie informi e isteriche che sono venuti tramutandosi i vostri eroi negli adattamenti della nostra malaugurata, obbrobriosa musica italiana d’opera».

In quel momento, forse perché il conducente l’aveva sentito ed era un melomane appassionato di Donizetti e della sua Lucia, la corriera ebbe uno scarto improvviso che fece sbalzare dal taschino della giacca di sir Walter uno dei suoi inseparabili taccuini, dalla copertina rossa accesa, come nel ritratto che gli aveva fatto Henry Raeburn. La pagina sulla quale si aprì portava appuntate alcune righe di un testo che non fu mai pubblicato durante la sua vita, e che il principe Tomasi non poteva avere letto.

3. Reliquie sacre e profane

Don Giuseppe si era chinato per raccogliere il quaderno, e sbirciandone il contenuto si era accorto dell’inedito.

«Di cosa state scrivendo?».

«Stavo scrivendo un tempo: ora sono morto, ricordate? Non scrivo più, non ce n’è più bisogno. Comunque stavo scrivendo della mia casa e delle reliquie del passato che vi si trovano raccolte, come tante tavole sopravvissute a un grande naufragio, sparpagliate e mescolate e perdute dai travagli del tempo, e raccolte con pazienza, magari senza un criterio rigoroso, ma con passione senz’altro. E in quel testo fingevo di essere il mio antiquario Jonathan Oldbuck, e che la casa che nel romanzo è sua fosse la mia, e viceversa. Un po’ contorto invero, ma divertente, almeno credo».

«Reliquie profane, dunque» pensò fra sé il principe di Lampedusa. «Sarebbe interessante inserirne di sacre nel lavoro che sto scrivendo. E magari un dottore di paleografia che deve ispezionarne i cartigli e valutarne l’autenticità, come in una collezione antiquaria d’altri tempi».

Mi piace immaginare, nell’impossibilità di questo incontro, l’effetto di una fonte letteraria altrettanto impossibile.

4. Liocorni e gattopardi

«Se posso indicare un difetto nei vostri lavori, sir Walter» continuò il viaggiatore, «è l’eccessiva meticolosità delle sezioni d’esordio. Per oltre cento pagine voi ci dite quali libri legge il protagonista, dove abita, se ama camminare o cavalcare. Prima che l’avventura prenda il volo e divenga inarrestabile, una vera forza della natura, ci tocca imparare persino quanti bottoni porta sulla giacca. Confesso che di solito agli amici suggerisco di saltare tutta questa parte, e gettarsi a capofitto nel racconto che segue».

«Questo rilievo, poiché viene da un Italiano, potrei prenderlo come un complimento, caro don Giuseppe: ci sono persino alcuni di voi che non amano Ariosto!», rispose Walter Scott, velando sotto forma di un sorriso il disappunto per quella critica.

A quel punto del colloquio Tomasi di Lampedusa non seppe resistere alla tentazione di fare leggere qualcosa di suo al compagno di viaggio. Gli porse dunque qualche pagina manoscritta che portava con sé, un abbozzo precoce del primo capitolo del Gattopardo, dove il gigante don Fabrizio è introdotto al lettore, con la sua famiglia e il cane Bendicò. Walter Scott iniziò a leggere. Dopo un poco sorrideva e, quando restituì i fogli al loro autore, questi rimase compiaciuto di quell’espressione soddisfatta. Il percorso era terminato ed entrambi scesero dalla vettura, prendendo strade differenti dopo un breve e cordiale saluto.

Anche Walter Scott era lieto, mentre camminava in modo sorprendentemente veloce, piede bastone piede. Se non conosceva il numero di bottoni della giacca di don Fabrizio, poteva contare le macchie di caffè sul suo panciotto.

5. Nota bibliografica

L’episodio della partenza in corriera da Edimburgo è modellato su W. Scott, The Antiquary, Edinburgh, Ballantyne and Constable, 1816, ch. I.

Il quaderno che Walter Scott porta con sé contiene il testo di Reliquiae Trotcosienses, or, The Gabions of the Late Jonathan Oldbuck Esq. of Monkbarns, edited by G. Carruthers and A. Lumsden, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2004.

Molte delle parole attribuite a uno dei due viaggiatori derivano da G. Tomasi di Lampedusa, Letteratura inglese, a cura di N. Polo, Milano, Mondadori, 1990. Lì è raccontato anche l’aneddoto dell’affittacamere di Edimburgo.

Il liocorno (o unicorno) è l’animale araldico del regno di Scozia. L’antipatia per Ariosto che Scott rimprovera ad alcuni Italiani è dello stesso Tomasi.

 

Finito di scrivere il 28 ottobre 2018, pubblicato on line il 25 dicembre, © Simone Signaroli.

Il senso di Scott per il costume del tempo

Walter Scott aveva più di quarant’anni quando pubblicò il suo primo romanzo (Waverley, 1814). Prima di allora, era stata fervida e continua la sua passione per le antichità scozzesi quanto per la lettura. Non deve quindi sorprendere che quel primo romanzo fosse ambientato circa sessant’anni prima dell’anno nel quale fu stampato: nella storia della letteratura, fu un punto di svolta straordinario.

Quando oggi leggiamo un romanzo ambientato nel passato, vicino o remoto, ci aspettiamo che l’autore abbia cura di descrivere l’ambiente, l’architettura delle città, la geografia dei luoghi, l’abbigliamento degli stessi protagonisti secondo l’uso del periodo nel quale la vicenda è collocata. Ci aspettiamo insomma che tutto sia concorde con il costume del tempo, e che l’autore l’abbia studiato a fondo.

Quello che è naturale per noi, tuttavia, non sempre è stato così. Per esempio se leggiamo l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1516), difficilmente potremo immaginarci i suoi personaggi, Rinaldo di Montalbano o Astolfo d’Inghilterra, come i paladini dell’età di Carlo Magno: piuttosto essi ci appariranno simili ai gentiluomini delle corti che lo stesso Ariosto frequentava, e sono gli eredi della tradizione letteraria, non i soggetti di una ricostruzione storica.

La svolta tra l’uno e l’altro modo di intendere la letteratura è stata attribuita proprio a Scott e ai romanzi inaugurati da Waverley. L’anglo-irlandese C.S. Lewis (1898-1963), storico della letteratura e romanziere egli stesso, amico di Tolkien e autore delle Cronache di Narnia e del ciclo del dottor Ransom, fu in gioventù un attento lettore di Walter Scott. Così attento che l’autore di Waverley è citato proprio riguardo al costume del tempo, the sense of period, in una delle sue ultime opere critiche, The discarded Image. An Introduction to Medieval and Renaissance Literature (1964): «È difficile pensare che il senso per il costume del tempo sia molto più antico dei romanzi di Waverley» (p. 183).

Per riassumere il concetto in un’immagine di dettaglio, se l’Orlando di Ariosto indossa babbucce rinascimentali, per Scott è importantissimo determinare se il principe Carlo Edoardo Stuart calzasse stivali oppure scarpe. E non è meno importante per gli stessi personaggi del racconto, come il Barone di Bradwardine.

Waverley-Prince-Fergus
Fergus McIvor introduce Waverley al principe Carlo Edoardo Stuart, incisione di L. Stocks (1865), The University of Edinburgh Image Collections.

Perché la ricerca del corretto costume del tempo non rimane un espediente occasionale per dipingere un’ambientazione semplicemente plausibile. Essa viene elevata a sistema narrativo, dove il rispetto per il ruolo di ogni personaggio, di ogni dettaglio, è assoluto.

Mentre l’antiquario diventava romanziere, la tradizione letteraria si faceva ricostruzione storica.

Pubblicato il 15 agosto 2018, buon compleanno a Walter Scott.

 

Alice nel paese di Scott

Leggere un racconto della scrittrice canadese Alice Munro non è come leggere un romanzo di Walter Scott. Ci sono differenze di epoca e di luogo, di stile e di pensiero, di sesso e di ritmo, e la lista delle distinzioni potrebbe continuare a lungo.

Ma in una delle sue raccolte più intime l’autrice racconta la storia della propria famiglia, dalle origini nella Scozia del XVIII secolo all’arrivo nel nuovo continente, fino ai giorni vissuti da lei stessa, bambina, ragazza, donna: The View from Castle Rock (2006).

Il libro si apre a Ettrick, nella regione dei Borders scozzesi, dove Alice, nata Laidlaw, è in cerca delle memorie più antiche della propria ascendenza. È qui che incontriamo per la prima volta personaggi tanto diversi fra loro quanto memorabili, che potrebbero essere usciti da un racconto di Walter Scott come The Two Drovers (1827): Will o’Phaup, Thomas Boston, James Hogg.

Ettrick
Un cottage a Ettrick, incisione di D. Wilson da un disegno di D.O. Hill (particolare), The University of Edinburgh Images Collections.

E la madre di James, Margaret Laidlaw, che incontrò di persona proprio Walter Scott in un cottage di Ettrick. Lei era famosa per la sua conoscenza dei canti tradizionali scozzesi; lui ne stava raccogliendo una collezione per allestire The Minstrelsy of the Scottish Border (1802-1812). L’incontro tra i due, e la reazione di Margaret alla pubblicazione dei versi che aveva recitato a Scott, sono narrati da Alice Munro nel primo racconto della raccolta, No Advantages. Uno sguardo sensibile, privato e letterario.

Perché sarebbe riduttivo catalogare questa pagina semplicemente come un episodio della fortuna di Scott nella letteratura di lingua inglese: leggere un racconto di Alice Munro è piuttosto un modo di dialogare (anche) con Walter Scott.

Finito di scrivere l’8 aprile 2018 © Simone Signaroli

Un tè con miss Martha (una lettura sentimentale)

1. Un romanziere imperfetto

Walter Scott non era un romanziere perfetto. Quando scriveva, gli capitava talvolta di chiudersi in un vicolo cieco nella trama narrativa, apparentemente senza via d’uscita. Ma Walter Scott era un grande romanziere, e una soluzione sapeva sempre trovarla.

Quando arrivò al finale di Old Mortality (1816) si accorse forse di avere raggiunto la giusta misura del racconto; si trattava magari della dimensione concordata con l’editore; oppure aveva esaurito il tempo pattuito per la consegna. Fatto sta che il romanzo poteva dirsi finito, ma le vicende dei personaggi non erano affatto risolte, e lo spazio a disposizione si era ormai consumato. Forse Scott non aveva nemmeno un’idea chiara di come concludere il libro, che era rimasto in sospeso.

Immagino Walter Scott seduto nella sua poltrona imbottita, alla scrivania di legno, massiccia. È in cerca di un modo per districarsi dal nodo in cui si trova. Il romanzo è una costruzione complessa, composta da diversi livelli che si racchiudono a vicenda: non è firmato dall’autore; si finge che il racconto sia stato narrato da un vecchio, depositario della memoria dei fatti, a uno scrittore immaginario, Peter Pattieson di Gandercleugh; il quale a sua volta avrebbe consegnato il manoscritto per la stampa all’altrettanto immaginario Jedediah Cleishbotham, maestro di grammatica e parroco del luogo.

Questa trafila di intermediari è spiegata nelle fasi iniziali del libro, in un paio di capitoli introduttivi. Il solito meccanismo del finto manoscritto, si dirà, come nel Don Chisciotte. Nulla di nuovo. E infatti Scott non voleva dare l’idea di essere troppo serio, escogitando quella mascheratura: per esempio, se traduciamo alla lettera il nome del parroco curatore dell’edizione, otteniamo qualcosa come Gededìa Calcinculo di Rivocazzo. Non male, da stampare su un frontespizio, in bella vista nelle migliori librerie.

Tuttavia è proprio questo vecchio meccanismo, il finto intermediario, che Scott pensa di sfruttare fino all’ultima pagina, per trovare una soluzione al suo problema: nel finale entra dunque in scena il compilatore del romanzo in persona, il signor Peter Pattieson. Nasce così un piccolo capolavoro metaletterario, un minuscolo racconto che contiene, come in una scatola delle meraviglie, l’intero romanzo che l’ha preceduto, ben più grande di lui.

Lasciamo dunque che sia Peter Pattieson a prendere la parola, e ascoltiamo che cosa ci racconta.

2. Un finale imprevedibile (non contiene spoiler)

Ero determinato a evitarmi il fastidio di scrivere un capitolo conclusivo, lasciando alla fantasia del lettore di immaginare gli eventi successivi alla morte di ***. Tuttavia ero consapevole che mancavano i precedenti per una simile pratica, che pure in tanti casi sarebbe conveniente ai lettori quanto agli scrittori. Confesso di essere rimasto parecchio in sospeso al riguardo: non sapevo davvero decidere cosa fare. Finalmente, ricevetti un invito per un tè da Miss Martha Buskbody, una giovane donna che ha svolto con successo la professione di sarta per quarant’anni buoni, a Gandercleugh e dintorni. Conoscevo il suo gusto per racconti come il mio, fondato su un’esperienza che sapevo maturata nella lettura di tre intere biblioteche circolanti. Le chiesi allora se potesse dare un’occhiata alle bozze un giorno prima del nostro incontro, dandomi poi il suo parere. Quando, la sera convenuta, mi presentai a lei con il cuore palpitante, la trovai ben disposta a parlare.

corsetto
Una giovane donna in un corsetto del XIX secolo, in inglese buskbody.

Mentre puliva le lenti degli occhiali iniziò, «Non mi sono mai appassionata tanto a un romanzo, se si eccettua la Storia di Jemmy e Jenny Jessamy, che è pura passione; ma la vostra idea di omettere una conclusione formale non funzionerà mai. Dovete lasciarci vedere almeno uno scorcio di sole nell’ultimo capitolo, è pressoché indispensabile». Aggiunse poi una lista completa dei personaggi che più le stavano a cuore.

«Niente di più semplice, risposi, perché le persone cui siete interessata hanno avuto una vita felice e lunga, ricca di figlie e figli».

«Sì, ricordate però che non è necessario addentrarsi nei loro piaceri coniugali, disse con una punta di rimprovero. Ma, se siete così ben informato, perché tanta ostinazione nel non volerci dare almeno un ragguaglio della loro futura felicità?».

«Perché la letteratura, penso, è come il vostro tè: anche partendo da un’ottima miscela, nell’ultima tazza risulta peggiore e più insipido che nelle prime, è inevitabile. E come il tè non può migliorare, nemmeno se si mescola con forza il grumo di zucchero rimasto sul fondo, così un racconto, quando lo si allunga troppo, finisce per essere costruito in modo quantomeno precario, soprattutto quando si inseriscono dettagli che ogni lettore potrebbe immaginarsi da solo».

«Ma così non funziona, caro signor Pattieson, non funziona per niente. Avete concluso la vostra storia in modo troppo frettoloso: nel mio mestiere, se un’apprendista mi consegnasse un prodotto così maldestramente pasticciato, le batterei le mani dalle quali è uscito!».

«Bene, mia signora, se insistete: i materiali a mia disposizione sono così numerosi che penso di poter soddisfare ogni vostra curiosità, per quanto minuziosa».

Raccontai quindi di questo e quel personaggio, seguendo le incessanti domande della carissima ospite, che spesso mi interrompeva per approfondire i particolari che a me erano parsi irrilevanti.

Cercai dunque di essere il più possibile esaustivo, ma alla fine dovetti cedere, e alla sua ultima richiesta confessai: «Vi prego, cara Miss Buskbody (e chiedo perdono se mi permetto un’espressione di così stretta familiarità), considerate che persino la divina Sherazade, sovrana imperatrice di tutti noi narratori, non fu capace di ricordare ogni singolo dettaglio delle sue storie: confesso che ciò che mi chiedete, in questo caso, io non lo conosco».

In quel momento Miss Buskbody sollevò il piede sinistro, posandolo sul parafuoco del camino; incrociò le gambe, si allungò sullo schienale della poltrona e alzò lo sguardo al soffitto. Mentre la osservavo assumere quell’aria contemplativa, pensai che stesse elaborando ulteriori, precise domande. Presi allora velocemente il cappello e le augurai una rapidissima buona notte, prima che il Demone della Critica letteraria potesse suggerirle qualche nuovo interrogativo.

Nello stesso modo, caro lettore, ringraziandoti per la pazienza che ti ha condotto fin qui, mi permetto di prendere congedo anche da te, almeno per il momento.

3. Una lettura sentimentale

Questo è il finale di Old Mortality, e io mi trovo a pensare che sia una piccola metafora della vita. Perché alla fine dei conti anche a noi, che leggiamo, capita quel che accadde a Walter Scott, che scriveva: mentre attraversiamo questo mondo, con i suoi problemi e i nostri, ci accorgiamo che la soluzione è sempre difficile da trovare. E quando arriviamo al nostro finale, e il tempo che rimane è poco, possiamo solo provare a cavarcela al meglio, e uscirne con destrezza. Qualche volta, se abbiamo fortuna, persino con eleganza.

4. Nota bibliografica

The Tale of Old Mortality, Edinburgh, Constable, 1816 è la prima edizione del romanzo.

La resa italiana di Gandercleugh, Rivocazzo, deve intendersi come un composto di rivo (scozzese cleugh, ruscello) e ocazzo (inglese e scozzese gander, papero, maschio d’oca).

Il secondo paragrafo, nel quale Peter Pattieson prende la parola, è una libera riscrittura piuttosto che una traduzione letterale e tiene fede alla promessa di omettere qualsiasi spoiler.

Il libro preferito di Miss Buskdoby è: [E. Haywood], The History of Jemmy and Jenny Jessamy, London, Gardner, 1753.

Questa lettura del finale di Old Mortality è del tutto personale e sentimentale. Chi desiderasse un’interpretazione accademica dovrà rivolgersi altrove, per esempio a J. Kerr, Fiction against History. Scott as Storyteller, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, pp. 14-15.

Finito di scrivere il 14 ottobre 2017, © Simone Signaroli.

Musica, Manzoni!

Si dice che Walter Scott non abbia mai cantato in vita sua. Almeno questo è quello che racconta il genero John Lockhart.

Eppure la musica non manca nelle sue opere. I poemi narrativi si immaginano cantati da bardi erranti che si accompagnano al suono di un’arpa. E i romanzi abbondano di riferimenti al mondo della musica.

0014651d
Flora MacIvor e la sua arpa in Waverley (1814): incisione del 1832, Edinburgh University Library, Corson P.3467.

Come non ricordare il fragore delle cornamuse al raduno dei clan descritto in A legend of Montrose? O il fedele maggiordomo Caleb Balderstone che fischietta ossessivamente il motivo di Maggie Lauder in una pagina commovente di The Bride of Lammermoor? O ancora il personaggio di Wandering Willie, violinista vagabondo che dialoga con un amico recluso senza parlare, ma suonando il suo strumento, per non essere inteso dai carcerieri?

Ancora di più. Walter Scott, che non cantò mai in vita sua, scrisse liriche che furono presto musicate da celebri artisti, come Beethoven, o che si trasformarono in pochi decenni in canzoni popolari e patriottiche, adattate a melodie tradizionali o portate su temi composti per l’occasione. Canzoni da essere cantate nei pub, nei club, persino negli stadi. La più celebre di tutte, forse, è Bonnie Dundee, che racconta le gesta del controverso James Graham di Claverhouse, visconte di Dundee (1648-1689), personaggio che si trova al centro del romanzo The Tale of Old Mortality (1816). La versione che vi propongo all’ascolto è quella eseguita dal gruppo folk The Sorries al termine di una conferenza organizzata dallo Edinburgh Sir Walter Scott Club.

Questa è una bella differenza tra lo scozzese Walter Scott e l’italiano Alessandro Manzoni: potrei sbagliare, ma credo che nessuno abbia mai cantato Il Conte di Carmagnola in una birreria.

Il racconto di Wandering Willie: una lettura archivistica (come in una storia di fantasmi può nascondersi l’importanza della registrazione di protocollo)

Non è la prima volta che dedico attenzione agli aspetti archivistici nella narrativa di Walter Scott. In un articolo del 2013 avevo presentato alcuni esempi di documenti impiegati in alcuni romanzi. Ora incontriamo un solo racconto, inserito dall’autore in un romanzo del 1824, Redgauntlet.

L’opera è l’ultima dedicata da Scott alle insurrezioni scozzesi del XVIII secolo per rovesciare il regno degli Hannover e reinsediare la dinastia Stuart, esiliata alla fine del Seicento.

Siamo nel 1765, vent’anni dopo la battaglia di Culloden, che aveva decretato la sconfitta del «giovane pretendente» Carlo Edoardo. Per la prima volta Scott non ambienta la vicenda dei suoi immaginari personaggi nella trama di fatti autentici, ma costruisce un intreccio totalmente fittizio, costruendo una cospirazione che non è mai avvenuta. Artefice della macchinazione è un nobile del sud-ovest della Scozia, Edward Hugh Redgauntlet, uomo determinato quanto tenace, capace insieme di un profondo affetto per la propria famiglia e di azioni violente, repentine e spietate.

Nella sezione iniziale del romanzo uno dei giovani protagonisti, prima di essere suo malgrado coinvolto nella complicata vicenda, sta viaggiando con un violinista itinerante, il bardo cieco Wandering Willie (Willie il Vagabondo), il quale gli racconta una vecchia storia a proposito di un antenato di Redgauntlet.

1. Un racconto celebre

«Dovreste avere sentito di Sir Robert, del casato dei Redgauntlet, che viveva da queste parti nei tempi andati. Il paese lo ricorderà a lungo; al solo sentirlo nominare i nostri padri, al tempo loro, trattenevano il respiro. […] In lungo e in largo Sir Robert era odiato e temuto. Correva voce che avesse firmato un patto con Satana in persona, che il suo corpo fosse invulnerabile all’acciaio e che i proiettili rimbalzassero sulla sua giacca come grandine in un camino […]. Il miglior augurio che potessero rivolgergli era “Che il Diavolo se lo porti”, ma lui non era un cattivo signore per la sua gente, ed era persino amato, in qualche modo». È questo il ritratto del vecchio Redgauntlet, presentato all’inizio del racconto.

L’inserimento di una novella nel tessuto di un romanzo era un meccanismo consolidato, già applicato in lunghe digressioni narrative nei poemi di Boiardo e Ariosto, o nel Don Chisciotte di Cervantes. Il tema del racconto, soprannaturale e demoniaco, si colloca nel solco tipicamente britannico della ghost story e del romanzo gotico inaugurato con il Castello di Otranto di Horace Walpole. Nel contempo, ci sono pure delle affinità con la tradizione classica delle discese agli Inferi, come quelle di Orfeo e di Ulisse.

Per il carattere dell’ambientazione, tra il realistico e il magico, e per la sua eccezionale qualità narrativa, il racconto è uno dei pezzi più famosi della prosa dello Scozzese, e ha avuto larga circolazione autonoma, al di là della sua collocazione nel romanzo. Per limitarsi alla sua diffusione in ambito italiano, ad esempio, il racconto di Wandering Willie è il quarto elemento scelto da Italo Calvino per la sua raccolta di Racconti fantastici dell’Ottocento pubblicata nel 1983.

2. Un affitto dovuto

Dev’essersi capito di quale pasta fosse fatto Robert Redgauntlet. E si può immaginare con quale timore gli affittuari delle sue terre si dirigessero al castello per pagare il dovuto, ogni anno nel mese di novembre, quando il signore li aspettava nella sala delle udienze.

All’epoca dei fatti narrati Redgauntlet sedeva proprio lì, dolorante di gotta, un piede alzato davanti a sé. Era in compagnia del maggiordomo Dougal MacCallum e di una scimmia che sir Robert aveva il vezzo di tenere con sé come un animale da compagnia. La creatura vestiva una giacca rossa e portava una parrucca da gentiluomo, ed era conosciuta come il Maggiore Weir.

Accanto al signore era posato un grosso volume, rilegato in pelle nera con fermagli di ottone: il registro degli affitti. Era aperto, e un piccolo libro di poesie e canzoni licenziose era posato tra le sue pagine, per mantenerlo in quella posizione. Un’attenzione ai particolari archivistici e librari che non stupisce, in un autore come Scott.

Di fronte a questa curiosa corte si presenta, nel classico giorno di San Martino, il fittavolo Steenie Steenson, nonno del nostro bardo e abile suonatore di cornamusa. Redgauntlet, che conosce bene Steenie, lo accoglie da par suo.

«“Non sarai venuto a mani vuote? Tu, figlio di…”.
Steenie, mantenendo il più possibile il giusto contegno, fa una riverenza e posa una borsa di monete sul tavolo, con un bel colpo sonoro, come un uomo che compie un gesto di gran destrezza.
“È tutto, Steenie?”.
“Vostro onore troverà che è tutto in regola”.
“Dougal, accompagna Steenie di sotto e dagli una coppa di brandy, mentre io conto il denaro e preparo la ricevuta”».

Ma quasi non erano usciti dalla stanza, Dougal e Steenie, che sir Robert diede un grido terribile, che fece tremare la stessa roccia del castello.

3. Una mancata registrazione

Dougal rientra immediatamente, mentre Steenie non sa se stare o fuggire. Tutto rimane in sospeso per qualche istante, poi anche Steenie rientra e vede Dougal porgere acqua e vino al suo signore, questi gridare che si sente avvolto dalle fiamme dell’Inferno, il Maggiore saltare e strillare come un ossesso.

Spaventato, Steenie scappa via non curandosi del denaro e della ricevuta. Mentre si allontana, sente le urla farsi sempre più flebili, fino a spegnersi in un gemito sommesso. E subito corre voce nel castello che il signore è morto.

Nei giorni seguenti giunge da Edimburgo l’erede dei Redgauntlet, sir John, avvocato e membro del Parlamento. Crede di avere in Dougal un valido aiuto nella gestione della tenuta, ma il fedele maggiordomo muore presto, nottetempo, seguendo la sorte del suo signore.

Mentre raccoglie i dati contabili della casa, sir John si accorge che nel registro degli affitti manca l’attestazione del pagamento di Steenie. Lo convoca quindi per chiedergliene ragione. La posizione del fittavolo appare subito complicata: il libro tace, gli unici testimoni del versamento sono morti, la borsa di denaro è scomparsa, lui stesso non può esibire nessuna ricevuta.

Quel che è peggio, Steenie non ha sostanze per ripetere il pagamento, e la soluzione non potrà che essere il suo immediato sfratto.

Wandering_Willie
Incisione di G. Cruikshank (1838), Edinburgh University Library, Corson P.3693.

4. Una discesa agli inferi

Steenie abbandona il castello disperato. Si ubriaca brindando a sir Robert, «che non abbia mai pace nella tomba», e al Nemico del genere umano, «che possa restituirmi il denaro per pagare l’affitto». Ma, mentre vaga senza meta in un bosco, viene avvicinato da un gentiluomo a cavallo che gli offre una via d’uscita: lo sventurato non dovrà che farsi guidare docilmente; giungerà così al morto Redgauntlet e potrà chiedergli la ricevuta. Proprio a lui, che in vita non aveva potuto dargliela.

Chi è il misterioso cavaliere? Uno spirito d’oltretomba? Satana in persona? Chiunque sia, Steenie decide di seguirlo, perché in fondo non ha nulla da perdere. Cavalcano insieme nel folto della foresta, fino a raggiungere quello che sembra il castello di Redgauntlet, illuminato e addobbato a festa, affollato di gente d’ogni specie, la musica di balli e schiamazzi che escono dalle finestre. Il cavaliere, nel frattempo, è scomparso.

Rimasto solo, Steenie si avvicina all’edificio. Ad aprire la porta trova il vecchio Dougal, ormai defunto, che si offre di condurlo in una discesa agli Inferi venata di domestica e archivistica ironia. Una discesa che non mira a recuperare una mitica Euridice, come fu per Orfeo, ma la comune quanto soprannaturale ricevuta di un prosaico pagamento. E farla infine registrare.

5. Nota bibliografica

La prima edizione di Redgauntlet risale al 1824 (Edinburgh, Archibald Constable and Co.). Le moderne edizioni di riferimento sono: W. Scott, Redgauntlet, ed. by K. Sutherland, Oxford, Oxford University Press, 1985; Id., Redgauntlet, ed. by G.A.M. Wood and D. Hewitt, Edinburgh, Edinbrgh University Press, 1997.

Il Racconto di Wandering Willie è pubblicato in italiano in numerose versioni. La più diffusa è forse: I. Calvino, Racconti fantastici dell’Ottocento, I, Il fantastico visionario, Milano, Mondadori, 1983, pp. 76-96 (traduzione di E. Capriolo).

Per una bibliografia aggiornata sul romanzo e sulla novella che vi è incastonata: The Walter Scott Digital Archive, ed. by P. Barnaby, Edinburgh University Library.

© Simone Signaroli, 2017

Viaggio ai fari (un gioco di specchi)

Walter Scott, l’autore di Waverley, Ivanhoe e Rob Roy, scrisse anche un romanzo meno noto, Il pirata (The Pirate, 1822), basato sulle gesta di un fuorilegge delle isole Orcadi vissuto all’inizio del XVIII secolo, John Gow.

La principale fonte storica impiegata per la stesura del racconto era la classica Storia generale della pirateria del “capitano” Charles Johnson (1724), la stessa che in tempi distanti avrebbe ispirato altri autori, molto diversi fra loro, dal cinema alla letteratura: Jorge Louis Borges (Storia universale dell’Infamia, 1935) ed Ermanno Olmi (Cantando dietro i paraventi, 2003).

Ma la vera occasione per la scrittura del romanzo era stata offerta a Scott da un evento preciso della sua vita. Nell’estate del 1814, come racconta egli stesso nell’Introduzione (Magnum Opus, 1831), aveva partecipato a un viaggio lungo le coste della Scozia, fino alle isole Shetland e Orcadi, che gli aveva permesso di conoscere in prima persona i luoghi della vicenda, e di approfondirne le tradizioni.

Non si trattava di una crociera di piacere, ma di una periodica visita ispettiva al sistema di fari costieri gestiti dal Northern Light-House Service, organizzata dai funzionari della società. Scott poté unirsi al gruppo grazie all’amicizia che lo legava ad alcuni di quei commissari, uno dei quali è ricordato nell’introduzione: «un eccellente ingegnere, il signor Robert Stevenson, membro del consiglio di amministrazione, al quale porta il vantaggio della propria competenza professionale».

0030679d
La costa delle isole Shetland dopo una tempesta in un’incisione di William Collins, 1851-1853, The University of Edinburgh Image Collections.

Quella convivenza durata poche settimane, lo scrittore e l’ingegnere a bordo dello stesso naviglio, rende l’evento qualcosa di più che un semplice episodio biografico, pur legato alla scrittura di un’opera narrativa. Lo trasforma piuttosto in un prezioso ponte letterario, tutto scozzese, la cui campata si allunga su tre generazioni.

Perché Robert Stevenson era il nonno di Robert Louis, l’autore del Signore di Ballantrae, della Freccia nera, dell’Isola del tesoro.

Pubblicato il 22 dicembre 2016, piccolo augurio di un felice Natale. Ringrazio il caro amico Angelo de Patto, che mi donò una bella copia di The Pirate, (Everyman’s Library) London 1910.