Il racconto di Wandering Willie: una lettura archivistica (come in una storia di fantasmi può nascondersi l’importanza della registrazione di protocollo)

Non è la prima volta che dedico attenzione agli aspetti archivistici nella narrativa di Walter Scott. In un articolo del 2013 avevo presentato alcuni esempi di documenti impiegati in alcuni romanzi. Ora incontriamo un solo racconto, inserito dall’autore in un romanzo del 1824, Redgauntlet.

L’opera è l’ultima dedicata da Scott alle insurrezioni scozzesi del XVIII secolo per rovesciare il regno degli Hannover e reinsediare la dinastia Stuart, esiliata alla fine del Seicento.

Siamo nel 1765, vent’anni dopo la battaglia di Culloden, che aveva decretato la sconfitta del «giovane pretendente» Carlo Edoardo. Per la prima volta Scott non ambienta la vicenda dei suoi immaginari personaggi nella trama di fatti autentici, ma costruisce un intreccio totalmente fittizio, costruendo una cospirazione che non è mai avvenuta. Artefice della macchinazione è un nobile del sud-ovest della Scozia, Edward Hugh Redgauntlet, uomo determinato quanto tenace, capace insieme di un profondo affetto per la propria famiglia e di azioni violente, repentine e spietate.

Nella sezione iniziale del romanzo uno dei giovani protagonisti, prima di essere suo malgrado coinvolto nella complicata vicenda, sta viaggiando con un violinista itinerante, il bardo cieco Wandering Willie (Willie il Vagabondo), il quale gli racconta una vecchia storia a proposito di un antenato di Redgauntlet.

1. Un racconto celebre

«Dovreste avere sentito di Sir Robert, del casato dei Redgauntlet, che viveva da queste parti nei tempi andati. Il paese lo ricorderà a lungo; al solo sentirlo nominare i nostri padri, al tempo loro, trattenevano il respiro. […] In lungo e in largo Sir Robert era odiato e temuto. Correva voce che avesse firmato un patto con Satana in persona, che il suo corpo fosse invulnerabile all’acciaio e che i proiettili rimbalzassero sulla sua giacca come grandine in un camino […]. Il miglior augurio che potessero rivolgergli era “Che il Diavolo se lo porti”, ma lui non era un cattivo signore per la sua gente, ed era persino amato, in qualche modo». È questo il ritratto del vecchio Redgauntlet, presentato all’inizio del racconto.

L’inserimento di una novella nel tessuto di un romanzo era un meccanismo consolidato, già applicato in lunghe digressioni narrative nei poemi di Boiardo e Ariosto, o nel Don Chisciotte di Cervantes. Il tema del racconto, soprannaturale e demoniaco, si colloca nel solco tipicamente britannico della ghost story e del romanzo gotico inaugurato con il Castello di Otranto di Horace Walpole. Nel contempo, ci sono pure delle affinità con la tradizione classica delle discese agli Inferi, come quelle di Orfeo e di Ulisse.

Per il carattere dell’ambientazione, tra il realistico e il magico, e per la sua eccezionale qualità narrativa, il racconto è uno dei pezzi più famosi della prosa dello Scozzese, e ha avuto larga circolazione autonoma, al di là della sua collocazione nel romanzo. Per limitarsi alla sua diffusione in ambito italiano, ad esempio, il racconto di Wandering Willie è il quarto elemento scelto da Italo Calvino per la sua raccolta di Racconti fantastici dell’Ottocento pubblicata nel 1983.

2. Un affitto dovuto

Dev’essersi capito di quale pasta fosse fatto Robert Redgauntlet. E si può immaginare con quale timore gli affittuari delle sue terre si dirigessero al castello per pagare il dovuto, ogni anno nel mese di novembre, quando il signore li aspettava nella sala delle udienze.

All’epoca dei fatti narrati Redgauntlet sedeva proprio lì, dolorante di gotta, un piede alzato davanti a sé. Era in compagnia del maggiordomo Dougal MacCallum e di una scimmia che sir Robert aveva il vezzo di tenere con sé come un animale da compagnia. La creatura vestiva una giacca rossa e portava una parrucca da gentiluomo, ed era conosciuta come il Maggiore Weir.

Accanto al signore era posato un grosso volume, rilegato in pelle nera con fermagli di ottone: il registro degli affitti. Era aperto, e un piccolo libro di poesie e canzoni licenziose era posato tra le sue pagine, per mantenerlo in quella posizione. Un’attenzione ai particolari archivistici e librari che non stupisce, in un autore come Scott.

Di fronte a questa curiosa corte si presenta, nel classico giorno di San Martino, il fittavolo Steenie Steenson, nonno del nostro bardo e abile suonatore di cornamusa. Redgauntlet, che conosce bene Steenie, lo accoglie da par suo.

«“Non sarai venuto a mani vuote? Tu, figlio di…”.
Steenie, mantenendo il più possibile il giusto contegno, fa una riverenza e posa una borsa di monete sul tavolo, con un bel colpo sonoro, come un uomo che compie un gesto di gran destrezza.
“È tutto, Steenie?”.
“Vostro onore troverà che è tutto in regola”.
“Dougal, accompagna Steenie di sotto e dagli una coppa di brandy, mentre io conto il denaro e preparo la ricevuta”».

Ma quasi non erano usciti dalla stanza, Dougal e Steenie, che sir Robert diede un grido terribile, che fece tremare la stessa roccia del castello.

3. Una mancata registrazione

Dougal rientra immediatamente, mentre Steenie non sa se stare o fuggire. Tutto rimane in sospeso per qualche istante, poi anche Steenie rientra e vede Dougal porgere acqua e vino al suo signore, questi gridare che si sente avvolto dalle fiamme dell’Inferno, il Maggiore saltare e strillare come un ossesso.

Spaventato, Steenie scappa via non curandosi del denaro e della ricevuta. Mentre si allontana, sente le urla farsi sempre più flebili, fino a spegnersi in un gemito sommesso. E subito corre voce nel castello che il signore è morto.

Nei giorni seguenti giunge da Edimburgo l’erede dei Redgauntlet, sir John, avvocato e membro del Parlamento. Crede di avere in Dougal un valido aiuto nella gestione della tenuta, ma il fedele maggiordomo muore presto, nottetempo, seguendo la sorte del suo signore.

Mentre raccoglie i dati contabili della casa, sir John si accorge che nel registro degli affitti manca l’attestazione del pagamento di Steenie. Lo convoca quindi per chiedergliene ragione. La posizione del fittavolo appare subito complicata: il libro tace, gli unici testimoni del versamento sono morti, la borsa di denaro è scomparsa, lui stesso non può esibire nessuna ricevuta.

Quel che è peggio, Steenie non ha sostanze per ripetere il pagamento, e la soluzione non potrà che essere il suo immediato sfratto.

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Incisione di G. Cruikshank (1838), Edinburgh University Library, Corson P.3693.

4. Una discesa agli inferi

Steenie abbandona il castello disperato. Si ubriaca brindando a sir Robert, «che non abbia mai pace nella tomba», e al Nemico del genere umano, «che possa restituirmi il denaro per pagare l’affitto». Ma, mentre vaga senza meta in un bosco, viene avvicinato da un gentiluomo a cavallo che gli offre una via d’uscita: lo sventurato non dovrà che farsi guidare docilmente; giungerà così al morto Redgauntlet e potrà chiedergli la ricevuta. Proprio a lui, che in vita non aveva potuto dargliela.

Chi è il misterioso cavaliere? Uno spirito d’oltretomba? Satana in persona? Chiunque sia, Steenie decide di seguirlo, perché in fondo non ha nulla da perdere. Cavalcano insieme nel folto della foresta, fino a raggiungere quello che sembra il castello di Redgauntlet, illuminato e addobbato a festa, affollato di gente d’ogni specie, la musica di balli e schiamazzi che escono dalle finestre. Il cavaliere, nel frattempo, è scomparso.

Rimasto solo, Steenie si avvicina all’edificio. Ad aprire la porta trova il vecchio Dougal, ormai defunto, che si offre di condurlo in una discesa agli Inferi venata di domestica e archivistica ironia. Una discesa che non mira a recuperare una mitica Euridice, come fu per Orfeo, ma la comune quanto soprannaturale ricevuta di un prosaico pagamento. E farla infine registrare.

5. Nota bibliografica

La prima edizione di Redgauntlet risale al 1824 (Edinburgh, Archibald Constable and Co.). Le moderne edizioni di riferimento sono: W. Scott, Redgauntlet, ed. by K. Sutherland, Oxford, Oxford University Press, 1985; Id., Redgauntlet, ed. by G.A.M. Wood and D. Hewitt, Edinburgh, Edinbrgh University Press, 1997.

Il Racconto di Wandering Willie è pubblicato in italiano in numerose versioni. La più diffusa è forse: I. Calvino, Racconti fantastici dell’Ottocento, I, Il fantastico visionario, Milano, Mondadori, 1983, pp. 76-96 (traduzione di E. Capriolo).

Per una bibliografia aggiornata sul romanzo e sulla novella che vi è incastonata: The Walter Scott Digital Archive, ed. by P. Barnaby, Edinburgh University Library.

© Simone Signaroli, 2017

Viaggio ai fari (un gioco di specchi)

Walter Scott, l’autore di Waverley, Ivanhoe e Rob Roy, scrisse anche un romanzo meno noto, Il pirata (The Pirate, 1822), basato sulle gesta di un fuorilegge delle isole Orcadi vissuto all’inizio del XVIII secolo, John Gow.

La principale fonte storica impiegata per la stesura del racconto era la classica Storia generale della pirateria del “capitano” Charles Johnson (1724), la stessa che in tempi distanti avrebbe ispirato altri autori, molto diversi fra loro, dal cinema alla letteratura: Jorge Louis Borges (Storia universale dell’Infamia, 1935) ed Ermanno Olmi (Cantando dietro i paraventi, 2003).

Ma la vera occasione per la scrittura del romanzo era stata offerta a Scott da un evento preciso della sua vita. Nell’estate del 1814, come racconta egli stesso nell’Introduzione (Magnum Opus, 1831), aveva partecipato a un viaggio lungo le coste della Scozia, fino alle isole Shetland e Orcadi, che gli aveva permesso di conoscere in prima persona i luoghi della vicenda, e di approfondirne le tradizioni.

Non si trattava di una crociera di piacere, ma di una periodica visita ispettiva al sistema di fari costieri gestiti dal Northern Light-House Service, organizzata dai funzionari della società. Scott poté unirsi al gruppo grazie all’amicizia che lo legava ad alcuni di quei commissari, uno dei quali è ricordato nell’introduzione: «un eccellente ingegnere, il signor Robert Stevenson, membro del consiglio di amministrazione, al quale porta il vantaggio della propria competenza professionale».

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La costa delle isole Shetland dopo una tempesta in un’incisione di William Collins, 1851-1853, The University of Edinburgh Image Collections.

Quella convivenza durata poche settimane, lo scrittore e l’ingegnere a bordo dello stesso naviglio, rende l’evento qualcosa di più che un semplice episodio biografico, pur legato alla scrittura di un’opera narrativa. Lo trasforma piuttosto in un prezioso ponte letterario, tutto scozzese, la cui campata si allunga su tre generazioni.

Perché Robert Stevenson era il nonno di Robert Louis, l’autore del Signore di Ballantrae, della Freccia nera, dell’Isola del tesoro.

Pubblicato il 22 dicembre 2016, piccolo augurio di un felice Natale. Ringrazio il caro amico Angelo de Patto, che mi donò una bella copia di The Pirate, (Everyman’s Library) London 1910.

Rinaldo di Scozia (viaggi immaginari di un paladino squattrinato)

1. Premessa

Agli occhi degli Italiani sembra che il rapporto di Walter Scott (1771-1832) con Ludovico Ariosto (1474-1533) sia piuttosto complicato. Nel XIX secolo il critico Filippo Rovani, abbagliato dal successo vastissimo dei romanzi di storia e d’avventura di Scott, enfatizzava in chiave nazionalistica l’influsso che l’autore scozzese avrebbe ricevuto da Ariosto, soprattutto per quanto riguarda la struttura narrativa delle sue opere. Ma era subito duramente attaccato da Giosue Carducci, il quale al contrario riteneva che Scott si fosse confrontato direttamente con le tradizioni medievali anglosassoni e francesi, ignorando quelle che lui chiamava «tarde imitazioni italiane del Quattrocento, e i rifacimenti classici dell’Ariosto».

Eppure i contemporanei di Scott, come George Byron, avevano chiamato l’autore «l’Ariosto del Nord». Lo conoscevano bene: lui stesso dichiarò di avere letto, per una parte della sua vita, i poemi di Boiardo e di Ariosto una volta all’anno. Ma la ragione di quell’appellativo si rinviene pure nelle sue opere: per fare un esempio, in uno dei suoi romanzi maggiori, Rob Roy (1818) il protagonista Francis Osbaldistone è un lettore appassionato di letteratura italiana, tanto da essere impegnato in una traduzione in versi proprio dell’Orlando furioso di Ariosto. Un omaggio esplicito che manifesta l’intenso dialogo tra i due autori, dove Scott rielabora profondamente le invenzioni del poeta rinascimentale, portandone l’anima in opere di nuova concezione.

E non è tutto qui. Andiamo al primo romanzo di Scott, quello che inaugura il ciclo di lavori storici sul Settecento scozzese, Waverley (1814). Uno dei primi capitoli è dedicato all’educazione ricevuta dal protagonista, dove è descritta la biblioteca ideale del gentiluomo britannico del XVIII secolo. Nella lista, accanto a Shakespeare, Spencer e Milton, il giovane Waverley era un accanito frequentatore dei «numerosi poemi narrativi che, dai tempi di Pulci, sono stati tra gli esercizi favoriti degli ingegni d’Italia». E in uno stupendo romanzo della maturità, Redgauntlet (1824), il giovane Darsie Latimer, sorpreso dall’impeto di un’improvvisa marea e soccorso da un misterioso cavaliere che corre sulla spiaggia dell’Oceano, si descrive in una lettera all’amico Alan Fairfod come un paladino sulla groppa dell’ippogrifo di Atlante, in viaggio verso il castello del mago.

In effetti lo stesso Scott possedeva nella propria biblioteca numerosi romanzi cavallereschi italiani, non solo i maggiori. Forse più di quanti si scoprì averne in casa Don Chisciotte, considerando che aveva persino una versione della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso in dialetto calabrese.

Il testo che segue è una libera fantasia su questo tema, giocata attorno alla figura del cavaliere Rinaldo di Montalbano, protagonista dei memorabili versi di Boiardo e Ariosto, viaggiatore nella terra di Scozia, e in qualche modo trasfigurato nelle più cupe e gotiche tra le pagine di Walter Scott.

2. Rinaldo di Montalbano

«Buongiorno cavaliere», disse il maggiordomo a Rinaldo, sire di Montalbano, paladino alla corte di Carlo Magno. E già immaginiamo un castello favoloso, l’armatura splendente e il sorriso di un uomo gagliardo che monta a cavallo. E invece Rinaldo è povero, malvestito, scostante, e anche antipatico. D’altra parte, questi paladini sono più modesti, e più umani, di quanto normalmente ricordiamo: suo cugino Orlando, il casto e irreprensibile difensore di Francia, è affetto da un’evidente disfunzione erettile, di probabile origine psicologica; e l’imperatore stesso non gode di gran fama, nei poemi cavallereschi italiani, tanto da essere chiamato di frequente Carlone il pasticcione, donde la nota espressione «fare qualcosa alla Carlona». Ma Rinaldo è speciale per la sua povertà.

La prima volta che compare nel poema Orlando innamorato del predecessore di Ariosto, Matteo Maria Boiardo (1441-1494), è tanto povero da essere deriso da Gano di Maganza, suo acerrimo nemico, perché veste abiti consunti e male assortiti.

«Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
perché quei traditori, in atto altieri,
l’avean tra lor ridendo assai beffato,
perché non era come essi adobato».

Non solo. La sua indigenza diviene presto leggendaria, salendo al rango di vera protagonista. Per esempio in una commediola del XVII secolo dai toni farseschi, L’onorata povertà di Rinaldo, attribuita all’autore teatrale Giacinto Andrea Cicognini (1606-1650). Il servitore di Rinaldo, quello che lo saluta all’inizio del nostro capitolo, altri non è che Pulcinella. Il quale, con accenti napoletani, deruba chi si trova a passare vicino al diroccato castello del padrone, con lo scopo di rifornire la sua disagiata dimora. E quando Rinaldo offre ospitalità a due giovani sposi (la nobile Armelinda e Celindo, principe del Cairo) Pulcinella commenta così le disponibilità della dispensa: «Non li proferir da mangiare, che non ci è niente». Infatti la parte di Pulcinella è una lagna continua di fame e di stenti, ostentati quanto sofferti.

Un’opera come questa non avrebbe divertito il pubblico, se il protagonista non fosse stato universalmente noto. Grazie soprattutto al poema rinascimentale di Ariosto, ma anche ai cantari e agli spettacoli di strada, per lo spettatore del Seicento Rinaldo appariva sulla scena con la stessa immediatezza del suo servitore Pulcinella, lo si riconosceva a prima vista come un Arlecchino, o come un ladro patentato: insomma, nel momento stesso in cui lo si vedeva, si presentavano con lui le infinite avventure nelle quali era stato impegnato in secoli di pagine scritte, lette, recitate e ascoltate.

In effetti un cavaliere difficilmente è un tipo sedentario, e la sua vita è molto impegnativa. Così accade a Rinaldo di correre in continuazione, sempre in movimento da un duello all’altro, in direzioni tutt’altro che coerenti, anzi in contrasto l’una con l’altra, come due piatti che si scontrano nel fragore di un’orchestra.

È un po’ quello che succede nella foresta delle Ardenne, nella quale Rinaldo, il cugino Orlando e la bella Angelica, principessa del Catai, si trovano invischiati in un’intricata trama amorosa.

Un giorno Angelica, la donna amata da Orlando, beve a una fontana fatata, creata anni prima dal mago Merlino e immersa nel bosco. L’acqua di quella fonte, in virtù dell’incantesimo di Merlino, ha il potere di fare innamorare chi se ne disseta. Angelica, purtroppo per Orlando, s’innamora perdutamente di suo cugino, Rinaldo, che sinceramente la detesta, e non ne fa mistero. Angelica inizia a inseguirlo e lui a fuggire, finché Rinaldo non beve egli stesso alla fonte dell’amore e s’invaghisce di lei. Ma Angelica beve con assoluta puntualità alla sorgente del disamore, e i ruoli si invertono promettendo altre centinaia di versi colmi di avventure e inseguimenti.

Questo è solo un esempio, perché Rinaldo viaggiò molte volte per il mondo, non solo per fuggire la bella Angelica, e poi per cercarla, ma anche per ingannare i Mori, per difendere Parigi, per esplorare il fascinoso Oriente, per il divertimento proprio e per quello del lettore. Non viaggiò quanto Astolfo, che salì nella Luna per ritrovare il senno di Orlando, anch’egli pazzo d’amore. Ma pure viaggiò molto il nostro Rinaldo, e due volte venne in Scozia.

3. Il primo viaggio di Rinaldo in Scozia

La prima volta che Rinaldo venne in Scozia fu tra le pagine di Ariosto, nel canto IV dell’Orlando furioso.

«Sopra la Scozia ultimamente sorse,
dove la selva Calidonia appare,
che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri
s’ode sonar di bellicosi ferri».

Dopo un viaggio in alto mare il cavaliere approda sulla costa orientale della Scozia, e trova alloggio in un’abbazia immersa nella foresta. Durante il pranzo che gli è offerto dai monaci, non prima di essersi saziato a fondo (Rinaldo è povero, e deve approfittare di ogni buona occasione per un pasto completo), chiede se ci sia qualche nobile impresa nella quale possa cimentarsi.

I suoi ospiti gli raccontano una scabra vicenda, che ha coinvolto la giovane figlia del re di Scozia, Ginevra. Il barone Lurcanio afferma di averla sorpresa nottetempo con un amante segreto, lei che era la sposa promessa al fratello di lui, il cavaliere italiano Ariodante, che anni prima aveva trovato una stabile collocazione nella corte reale. Ariodante, per la disperazione di vedersi tradito, si è gettato nel gelido Mare del Nord e Lurcanio chiede, con l’accusa ufficiale d’impudicizia, che sia punita colei che considera responsabile della morte del caro fratello.

In base a una legge crudele, se nessun cavaliere interverrà, sfidando e vincendo l’accusatore, Ginevra sarà messa a morte dal suo stesso genitore, il re.

Rinaldo non sa se Ginevra sia colpevole oppure innocente, ma decide subito di accorrere al suo sostegno. Che importa, in fondo, se sia fedele o infedele? Perché, chiede Rinaldo, il vanto di un uomo dev’essere la vergogna di una donna? Non uno, ma cento amanti potrebbe avere, come cento può averne un uomo senza riceverne biasimo, ma onore.

E corre Rinaldo, corre in sua difesa. E salva infine la situazione, da paladino qual è. Non rivelo qui lo svolgimento degli avvenimenti perché, chi vorrà, potrà leggerli nel poema. E perché raccontarli meglio di come ha fatto Ariosto, questo sarebbe un lavoro davvero difficile.

4. La scomparsa di Rinaldo

L’avventura scozzese di Rinaldo non rimase senza fortuna, dopo la morte di Ariosto, e finì per essere rappresentata a teatro, come succede oggi ai libri famosi che sono adattati per il cinema.

Era il 1708 quando a Firenze fu pubblicato un dramma per musica del poeta Antonio Salvi (1664-1724), intitolato Ginevra principessa di Scozia. Era qui isolata la vicenda descritta da Ariosto, e volta in dramma di scena. Ma tra i personaggi mancava Rinaldo: una scelta più che giustificata, in verità, per rendere la trama più concisa ed efficace, ridurne i protagonisti e darle uno scioglimento interno, senza ricorrere al paladino che giunge dall’esterno per portare una soluzione altrimenti impossibile.

L’opera fu molto gradita in Toscana, accompagnata dalla musica oggi perduta di Carlo Francesco Pollarolo (c. 1653-1723). Come spesso accadeva, un libretto di successo poteva essere musicato nuovamente da altri compositori, che l’esportavano per l’intera Europa: fra gli altri Antonio Vivaldi (1678-1741), che ne compose una versione nel 1724, perduta come l’originale di Pollarolo; poi George Frideric Handel (1685-1759), che riportò il dramma in Gran Bretagna, trasformandone il libretto e realizzando con Ariodante, questo il nuovo titolo, un’opera di somma libertà espressiva, che fu rappresentata la prima volta al Covent Garden di Londra, l’8 gennaio del 1735, e che possiamo tuttora apprezzare come un capolavoro del teatro musicale.

5. Il secondo viaggio di Rinaldo in Scozia

Nuovamente Rinaldo venne in Scozia nel 1819, questa volta sotto mentite spoglie, forse per vendicarsi dell’esclusione che gli era toccata nel secolo precedente. Si era trattato di un’esigenza drammaturgica, il suo caratteraccio non c’entrava e nessuno gli voleva male, niente di personale insomma; ma uno come lui non poteva prenderla bene.

Rinaldo venne in Scozia, si diceva, tra le pagine di un romanzo di Walter Scott, La sposa di Lammermoor. Naturalmente, se è giunto in incognito, non bisognerà cercarlo con il suo nome, ma sotto le sembianze di uno dei giovani protagonisti della vicenda, il nobile Edgar, sire di Ravenswood. Non solo nella sua persona, ma anche attraverso il comportamento del suo servitore emerge la nascosta identità dell’eroe, e insieme si rivela un episodio dell’ininterrotto dialogo di Scott con Boiardo e Ariosto.

L’ambientazione, come spesso accade, è in Scozia alla fine del XVII secolo. Il sire di Ravenswood è il rampollo di un’antichissima famiglia di signori feudali, la quale tuttavia ha perso ogni ricchezza, ridotta ormai al rudere di un castello, agli abiti che indossa, a un cavallo, una domestica e un maggiordomo, l’anziano Caleb Balderstone.

La povertà di Edgar, come quella di Rinaldo, spinge il servo Caleb a derubare gli abitanti del vicino villaggio di un paio di capponi, quando gli capita la disgrazia di dovere allestire il banchetto per un ospite illustre. Come fosse un Pulcinella scozzese. Un po’ Pulcinella, un po’ Sancho Panza. Un uomo commovente, che si arrabatta nel fingere distruzioni improvvise di stoviglie pregiate, che non sono mai esistite, per giustificarne l’assenza senza confessare la povertà del suo signore; che è così legato all’antica nobiltà della “sua” famiglia, da essere incapace di accettarne la decadenza, tanto da rifugiarsi nella sua stanza in completa solitudine, dopo una sentenza che abbatte definitivamente ogni pretesa di potere dei Ravenswood; e lì trascorre sei ore consecutive a lucidare un piatto di umile peltro fischiettando il motivo di una nota canzone:

«Chi vuole far l’amore
con la bella Maggie Lauder?».

L’amore di Edgar, il tragico amore per Lucy Ashton, è un amore che nasce in un bosco, accanto a una fonte che la gente del luogo suppone abitata dalle fate. Una sorgente incantata nella selva Caledonia, come nelle Ardenne la fonte di Merlino innamora Angelica di Rinaldo, e Rinaldo di Angelica.

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Incisione di George Cruikshank raffigurante un episodio di The Bride of Lammermoor

Il caratteraccio di Edgar, l’orgoglio radicale del suo animo onesto è motivo di alta considerazione, un segno di profonda nobiltà; ma è anche una fra le cause della rovina sua e di chi lo circonda nella tragedia che si stampa sulle pagine di quel grande romanzo. E, una volta che tutto è concluso, è Caleb a suggellare la fine della storia: abbandonato a se stesso dal suo amato padrone, «mangiava senza ristoro, si coricava senza riposo e, dimostrando una fedeltà che si vede talvolta nei cani, ma raramente in un uomo, patì fino a morire prima che fosse trascorso un anno dalla catastrofe che abbiamo narrato».

«Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!».

Così avrebbe commentato Ariosto. Ma come si giunga a quella catastrofe, quale intreccio la preceda, questo non lo racconto, perché scrivere, come Walter Scott ha scritto, sarebbe un compito davvero difficile.

6. Nota bibliografica

M.M. Boiardo, Orlando innamorato, Ferrara, edizione perduta, 1482-1483 e 1495 (edizione utilizzata per questo scritto: a cura di Riccardo Bruscagli, Torino, Einaudi, 1995).

L. Ariosto, Orlando furioso, Ferrara, Giovanni Mazocco, 1516 (edizione utilizzata per questo scritto: cura di G. Innamorati, Milano, Feltrinelli, 1995).

G.A. Cicognini, L’honorata povertà di Rinaldo, Bologna, Giacomo Monti, 1663.

A. Salvi, Ginevra principessa di Scozia, Firenze, Anton Maria Albizzini, 1708.

G. Byron, Childe Harold’s Pilgrimage, Canto the Fourth, London, John Murray, 1818.

W. Scott, The Bride of Lammermoor, Edinburgh, Archibald Constable and Co., 1819 (edizione utilizzata per questo scritto: ed. by J.H. Alexander, Edinburgh, Edinburgh University Press, 1995).

Catalogue of the Library at Abbotsford, Edinburgh, [T. Constable], 1838.

G. Carducci, Opere scelte, a cura di M. Saccenti, Torino, UTET, 1993.

P. Henderson Scott, Walter Scott and Scotland, Edinburgh, The Saltire Society, 1994.

Il cervo di Abbotsford (l’ultimo saluto di Walter Scott)

1. Ingresso

Era una notte buia e tempestosa. Nel mezzo del temporale, i lampi illuminavano un castello. Sulla cima di ogni guglia si stagliava il profilo di un cardo scolpito nella pietra. Attorno, la campagna dolce che affianca il corso del fiume Tweed. Il castello era circondato da un giardino ben curato, che introduceva al cortile d’ingresso, vegliato dalla statua di un cane. Accanto ad essa si raccolse, nel cuore di quella notte del 1832, un gruppo di amici giunti fin lì per rendere visita a un uomo malato: il padrone di casa.

A quell’ora della notte era assopito, nonostante il fragore del tuono sul mare lontano. Il sonno gli dava più serenità che la veglia, perché non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice, nella miseria. Come un uomo vecchio e zoppo che ricorda quando, da ragazzo, giocava con gli amici a scavalcare lo stretto corso di un ruscello.

Era anziano, Walter Scott, quando scrisse le sue ultime parole. Anziano, malato e zoppo, nel suo castello di Abbotsford.

2. Nell’atrio

Al mattino, trascorsa la tempesta in un’aurora tranquilla, la luce del giorno svelò le reali fattezze del castello. Se all’esterno le mura di pietra grigia non erano diverse da quelle comuni a qualsiasi palazzo di stile neogotico, nell’atrio d’ingresso il visitatore avrebbe potuto sorprendersi della panoplia d’armi appese alle pareti foderate di legno: archibugi, pistole d’ogni calibro e lunghezza, sciabole, spadoni, picche, alabarde, balestre e scudi, armature complete. Ovunque stemmi e nomi di famiglie scozzesi, cimeli d’antichità che preannunciavano i disegni squisiti, i documenti medievali e le migliaia di libri che si trovavano nelle stanze più intime: la biblioteca e lo studio.

Ma il gruppo di amici conosceva bene le bizzarrie di Scott e della sua abitazione. Era una casa, a modo suo, accogliente, che invitava l’ospite serio a baloccarsi con i più strani gingilli, dal presunto coltello da calza di Rob Roy all’immaginaria lancia del condottiero romano Agricola (o era forse quella di Calgacus, il suo acerrimo avversario?); da una crocetta, portata in punto di morte dalla regina di Scozia Mary Stuart, al pulpito dal quale aveva predicato il riformatore religioso Ebenezer Erskine, reimpiegato come stipo per tenere il vino al fresco nei giorni caldi d’estate (per non recare offesa ai calvinisti intransigenti, che non amano il culto delle reliquie). Ma era anche un luogo, quella casa, che avrebbe spinto il visitatore più frivolo a trasformare un pomeriggio ozioso in lunghe ore di studio, sommerso da libri e sorprese.

Persino nell’atrio d’ingresso, di fronte alla parete sinistra. Qui, vicino al soffitto, era appeso il palco enorme di un cervo. Un animale curioso, le cui corna erano ramificate come quelle di un cervo comune, ma pure erano unite l’una con l’altra come quelle di un alce.

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Il palco di un Alce Irlandese in un’illustrazione stampata a Edimburgo nel 1827

3. Il cervo di Abbotsford

Si trattava, com’è ovvio, di un cimelio caro a un naturalista, più che a uno storico. Il palco di corna era stato trovato anni prima in una zona acquitrinosa chiamata Doorpool nella tenuta di Abbotsrule, a una dozzina di miglia dal castello. Un amico di Scott, che gli aveva procurato l’oggetto, gli aveva anche raccontato alcuni particolari del ritrovamento: poco al di sotto del livello del terreno, era affiorato lo scheletro completo di quella creatura; a giudicare dalle ossa, doveva essere alta circa sette piedi, e l’unico animale che le si potesse accostare era uno scheletro d’alce conservato al museo di Edimburgo.

Incuriosito, Scott aveva mostrato le corna all’amico naturalista Humphrey Davy, il quale aveva affermato che l’unica spiegazione possibile era che appartenessero a un antico animale ormai estinto, «perché l’enorme palco è in parte palmato, come quello dell’alce, e in parte suddiviso in rami divergenti, come quello del cervo attuale». Il proprietario confessò di non avere insteso appieno quella spiegazione, ma certo si trattava di un riconoscimento precoce del Cervo Gigante (Megaloceros Giganteus), vissuto in Europa durante l’ultima glaciazione e noto anche come Alce Irlandese, proprio per la vicinanza delle corna a quelle di un alce moderno.

Soltanto pochi anni prima, quando il naturalista francese Georges Cuvier aveva pubblicato un famoso trattato sui fossili (Parigi 1812), si era compreso come i resti di quegli animali non appartenessero a nessun mammifero vivente, ma fossero la memoria di creature estinte da migliaia di anni.

4. Nostro padre, Walter Scott

Ora, che era mattino, il gruppo di amici poté avvicinarsi a Scott. Gli dovevano quasi ogni cosa: le parole che conoscevano le avevano apprese da lui; la loro stessa vita, si può dire, era iniziata nella sua dimora. Per queste ragioni lo chiamavano nell’intimo «nostro padre, Walter Scott»: tanto era l’affetto che li legava a lui. Ma questa nobiltà di sentimenti non deve trarre in inganno: non erano tutti galantuomini, né tutte gentildonne.

Quel mattino, riposato più del solito, Scott si era fatto portare alla sua vecchia scrivania, alla quale non si era più seduto da giorni. Non riusciva a scrivere, ma stare in quella posizione gli rammentava parte del piacere che aveva provato nei lunghi giorni dedicati alla stesura di saggi, poemi e romanzi negli anni passati. Sul piano di lavoro giaceva l’ultimo manoscritto, da lui iniziato con mano incespicante, proseguito dal fidato copista sotto la sua dettatura, e mai concluso.

Il più intimo degli amici si accostò più degli altri. Non aveva bisogno di osservare i fogli illuminati da un fievole raggio di luce per riconoscere un testo nel quale l’autore si era identificato in lui, divertendosi a rincorrere la propria creatura in un gioco di specchi, come un agile ragazzino. Era all’apparenza un testo semplice, nel quale era descritta la dimora di Scott e la sua collezione di libri e anticaglie. Ma Walter si fingeva Jonathan Oldbuck, e faceva di Abbotsford la tenuta immaginaria dell’amico, descrivendo l’irreale magione di Trotcosey con le precise fattezze di casa propria. Il manoscritto era anzi intonato in prima persona, come se fosse Jonathan, non sir Walter, a incontrare il lettore.

Jonathan, nome perfetto per un piccolo nobile di campagna, calvinista con una passione viscerale per le antichità scozzesi. Era lui il protagonista del romanzo L’antiquario, che Scott aveva scritto anni prima: un amico immaginario che poteva conversare con il padre senza la necessità di parlare. Perché quel mattino erano con lui anche gli altri protagonisti delle pagine di Scott: il sanguinario John Balfour, la zingara Meg Merrilies, il mandriano Robin Oigh, il bizzarro Barone di Bradwardine, la forte, tenera Jeanie, la bellissima Elena del Lago, e Waverley, il cui nome era stato a lungo meditato. E la compagnia non si esauriva qui: l’abbaiare di una muta di cani salutava l’incantatore del Nord.

Ecco, Jonathan gli si fece vicino e gli parlò. Ma non si può riferire quel che disse, né cosa gli fosse risposto, perché nessun testimone udì quella segreta conversazione, ed è giusto che tale rimanga. Molto tempo è passato da allora, e noi non possiamo far altro che ricordare Walter Scott in quegli ultimi giorni: un uomo vecchio, zoppo di gambe e di lingua, ma forte e veloce nello spirito, come un cervo lontano nel tempo, del quale noi possiamo leggere soltanto.

Ma per non immalinconirci troppo, è bene rammentare che le pagine dell’ultimo scritto, che quel mattino Scott aveva sulla scrivania, contengono un saluto beffardo e ironico, che ogni ricercatore o cultore di antichità dovrebbe tenere come proprio motto. Possiamo avvicinarci al tavolo, e leggere anche noi.

«Gli antiquari, almeno quelli scozzesi, sebbene siano persone di grande compostezza, possono qualche volta scadere in uno stile d’espressione piuttosto eccentrico, volgare nel contenuto quanto nei modi. Si dice che uno di questi antiquari, uno dei migliori a dire il vero, abbia annunciato la scoperta sulla quale si è poi fondata la sua fama proclamandola a gran voce per tutta la casa, come fosse un banditore pubblico, dai piedi della scala fino alla camera da letto, gridando alla moglie “Cara! Cara! Ho trovato uno spillo!”.
Questa è l’importanza delle nostre scoperte, quando davvero sono scoperte; perché dobbiamo confessare che non solo non è tutto oro quello che luccica, ma nemmeno ogni oggetto, che a prima vista sembra uno spillo, si conferma tale dopo un esame attento».

E davvero non saprei dire se a parlare fosse Scott, o Jonathan Oldbuck.

5. Nota bibliografica

L’espressione «era una notte buia e tempestosa», a dispetto delle apparenze, è desunta dal romanzo A legend of Montrose (1819), libro I, capitolo 5.

L’adattamento dei versi di Dante «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria» (canto V dell’Inferno) vuole rendere l’incipit del penultimo capitolo di Rob Roy (1818): «There are few melancholy sensations than those with which we regard scenes of past pleasure, when altered and deserted». I protagonisti Diana Vernon e Francis Osbaldistone diventano così una sorta di novelli Paolo e Francesca, con un rimando diretto al capitolo 12 del romanzo, dove Diana aveva invitato a una conversazione intima l’innamorato con la scusa di un passo difficile della Divina Commedia, chiedendogli di aiutarla nella traduzione.

L’ambientazione generale si può leggere nell’ultima opera di Scott, nella quale l’autore si fonde con il proprio personaggio Jonathan Oldbuck nel descrivere le meraviglie della casa di Abbotsford, che nella finzione romanzesca diventa il castello di Trotcosey: Reliquiae Trotcosienses, or, The Gabions of the late Jonathan Oldbuck Esq. of Monkbarns, ed. by G. Carruthers and A. Lumsden, Edinburgh 2004. È il manoscritto che si trova sulla scrivania di Scott in questo racconto.

Sull’Alce Irlandese: S. Gould, The misnamed, mistreated and misunderstood Irish Elk, in Ever since Darwin, New York 1977, pp. 79-90.

L’opera di Georges Cuvier citata nel paragrafo raccoglie le sue Recherches sur les ossemens fossiles de quadrupèdes, Paris 1812.

L’espressione «nostro padre, Walter Scott» fu impiegata da Stendhal in una lettera a Balzac del 1840: Stendhal, Correspondance, III, Paris 1969, p. 398.

Il resto dei riferimenti ai romanzi di Scott, non più che una manciata, lo lascio alla sagacia di chi legge.

Questo testo è stato scritto nell’autunno del 2015 e distribuito privatamente a un gruppo di amici. Viene ora pubblicato nel giorno del compleanno di Scott e nel bicentenario della prima edizione dell’Antiquario.

Il segno della Scozia è un cardo

Allan MacAulay è l’eroe di un romanzo. Da piccolo era un bambino, ma adesso è grande e forte. Dico adesso, ma viveva tanto tempo fa in un castello della Scozia. In Scozia piove sempre, come in Valcamonica, e il segno della Scozia è un Cardo. Quando Allan sta seduto davanti al camino ha le nuvole sulla testa, e se qualcuno lo disturba si arrabbia. Ma una volta ha messo in fila tanti uomini con le fiaccole in mano e ha detto che sono candelabri.

Questo testo è comparso per la prima volta nel periodico «Zeus! Rivista mutante», n. 58 (maggio/giugno 2015). Ringrazio la redazione, i soci, i dipendenti e gli ospiti della cooperativa Il Cardo per averlo accolto.

Il ritorno di Henry Morton in patria, ovvero, Un cane di Walter Scott

1. Argomento

Il sovrano di un’aspra isola nel caldo mar Egeo, in un viaggio che pare interminabile. A casa, ad attenderlo, la sposa, il figlio e un cane. Allevato dal re vent’anni prima, quando era un cucciolo, mai più rivide il padrone fino al giorno del suo ritorno. E in quel momento lui solo lo riconobbe, prima ancora dell’anziana nutrice. Il racconto, come vuole la tradizione, si deve a Omero, vecchio cantore cieco vissuto nella Grecia antica, in quello che divenne il diciassettesimo libro dell’Odissea.

Molti secoli dopo un avvocato scozzese, non cieco ma zoppo, è noto come il Bardo del Nord. Il suo nome è Walter Scott (1771-1832), l’inventore del romanzo storico moderno. In una delle sue opere di ambientazione scozzese, The Tale of Old Mortality (1816), noto in Italia con il titolo di I puritani di Scozia, è descritto il ritorno in patria dell’esule Henry Morton. Nel capitolo diciottesimo del secondo volume il protagonista fa il suo ingresso nella dimora di famiglia, anni dopo averla lasciata. Lì incontra l’anziana governante e…

2. In principio era Argo

Chi vive con un cane conosce l’evento quotidiano, e insieme speciale, del rientro a casa. L’amico, rimasto in attesa durante la nostra assenza, si abbandona al saluto più entusiasta e felice: a seconda del carattere e dell’educazione guaisce, salta, corre, scodinzola, abbaia, si accuccia. Un evento simile, ma di respiro epico, è all’origine della presenza dei cani nella letteratura. Siamo al diciassettesimo libro dell’Odissea, che la tradizione vuole composta da un vecchio cantore della Grecia antica, il cieco Omero.

Il grande viaggiatore della mitologia, Ulisse, ha l’altisonante titolo di re di Itaca. Vale a dire, in italiano corrente, il boss di quartiere in un’isola battuta dai venti e dal sole. Oppure, in un linguaggio più antiquato, un signorotto di campagna, con la sua piccola corte di domestici, una moglie e un figlio, e un cane da caccia di nome Argo.

Quando Ulisse parte per la guerra di Troia, Argo è molto giovane: ha meno di un anno. Il re in persona l’ha allevato e addestrato alla caccia, conducendolo in alcune battute. Nell’intero racconto dell’assedio alla città, l’Iliade, il cane che era rimasto in patria non compare mai. Non è mai citato nemmeno durante le peripezie dell’Odissea, quando il campione dei navigatori salpa da Troia e approda a Ogigia, all’isola dei Ciclopi, nel regno dei Lotofagi. Neppure un ricordo nelle sfide audaci a Scilla e Cariddi, agli stessi dèi dell’Olimpo, alle sirene insidiose.

Quando Ulisse torna infine a Itaca sono passati vent’anni dalla sua partenza. Si penserebbe che il cane sia morto. Invece è molto invecchiato e riposa in un angolo del palazzo, vicino all’ingresso, trascurato e triste. Non ha più visto l’uomo che l’ha allevato. Altri l’hanno aspettato per due decenni: la moglie Penelope, il figlio Telemaco ed Euriclea, l’anziana nutrice. Lui solo l’ha atteso per tutta la vita. E quando Ulisse compare sulla porta di casa, nascosto dalle sembianze di un umile mendicante, il cane soltanto lo riconosce, e nessun altro.

«Qui giaceva il cane Argo, e coverto
era di mosche, quando riconobbe
Ulisse il suo signor, che appresso gli era,
onde gran festa gli fea dimenando
la coda, abbassando l’orecchie:
ma più vicino al suo signor non puote
venire; ond’ei da lunge ciò vedendo
s’asciugava le lagrime dagli occhi.

[…]

Intanto l’aspra morte, e ’l fato estremo
ad Argo venne, che tosto ch’ei vide
Ulisse, si morì ’l vigesimo anno».

Ulisse è famoso per la sua dimestichezza con gli inganni degli uomini. Forse per questo sapeva legarsi d’affetto a un vecchio cucciolo di cane.

3. Walter Scott

Molti secoli dopo l’età di Omero, un avvocato scozzese divenne celebre per i suoi poemi narrativi (The Lay of the last Minstrel, The Lady of the Lake) e soprattutto per i romanzi di ambientazione storica (The Antiquary, Ivanhoe, Rob Roy, per citarne pochi fra molti).

Il suo nome è Walter Scott, ma i suoi scritti erano pubblicati anonimi, ed egli si faceva chiamare «l’autore di Waverley», il primo romanzo che aveva pubblicato. L’influenza di Scott sulla cultura occidentale dell’Otto e Novecento è tanto grande da non essere misurabile.

Edimburgo riscoprì i gioielli della corona scozzese, che erano andati perduti. Per la visita in Scozia del re Giorgio IV inventò il kilt moderno. Stendhal lo definiva «nostro padre, Walter Scott». La famosa Ave Maria di Schubert è composta su alcuni versi di The Lady of the Lake tradotti in tedesco. Donizetti musicò Lucia di Lammermoor, un’opera tratta da un romanzo di Scott.

Persino nella fortunata serie televisiva La signora in giallo sono frequenti le citazioni o i prelievi dalle opere di Scott (nomi di personaggi, titoli di episodi, riferimenti espliciti all’autore scozzese).

4. Un’Odissea domestica

Walter Scott amava circondarsi di cani: reali nella vita, immaginari nella scrittura. Uno di questi compare nelle pagine di The Tale of Old Mortality.

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Un cane in attesa sulla soglia di un castello scozzese (fotografia di Elio Signaroli)

Henry Morton è un giovane scozzese, mite d’animo e di parola. Figlio di un leggendario eroe della rivolta scozzese contro Carlo I, e presto rimasto orfano, cresce nella casa dello zio paterno, la tenuta di Milnwood a nord di Glasgow. Una volta cresciuto, si discosta radicalmente dalla condotta del padre adottando uno stile di ponderata moderazione. Tuttavia, per avere offerto ospitalità a un vecchio amico del padre, macchiatosi di un terribile delitto, nel 1679 è costretto a un prolungato esilio sul continente, in Olanda. Quando Henry torna in patria, quasi dieci anni più tardi, cerca di tenere nascosta la sua identità: intende prima vendicare i torti subiti, e risolvere antichi dissapori. Veste abiti non scozzesi, con un largo cappello che ne mette in ombra il volto. Ma in cuor suo spera che gli amici possano riconoscerlo. Incontrato un vecchio compagno d’avventure, si rende presto conto che questi non sa identificarlo. Egli non si rivela, e prosegue il suo viaggio recandosi alla residenza dello zio, ormai morto, dove incontra la governante che l’aveva cresciuto da bambino, la signora Alison Wilson, Ailie per i familiari.

«La casa di Milnwood non aveva mai avuto nulla di allegro nel suo aspetto, nemmeno nei suoi giorni migliori; ora, la malinconia sembrava essere raddoppiata, grazie alle cure della vecchia governante. Ogni cosa, a dire il vero, era come in corso di riparazione; non mancava una tegola sul grigio tetto, e non c’erano vetri rotti alle strette finestre. Ma l’erba del giardino appariva come se nessun piede l’avesse calpestata per anni, le porte erano rigorosamente serrate e quella che conduceva nella sala principale sembrava essere rimasta chiusa per lungo tempo.

[…]

Non c’era segno di vita finché, dopo avere bussato a lungo, Morton udì aprirsi una piccola finestra, dalla quale gli occupanti erano soliti riconoscere i visitatori. Il volto di Alison si presentò, solcato da qualche ruga in più rispetto a quando Morton aveva lasciato la Scozia, avvolto in una cuffia dalla quale uscivano alcune ciocche di capelli grigi, in modo più pittoresco che grazioso. La sua voce, tremando un po’, chiese il motivo della visita.
“Desidero parlare con una certa Alison Wilson, che abita qui” disse Henry.
“Non è in casa oggi” rispose la signora Wilson in propria persona».

Fin da queste prime battute Morton capisce che l’anziana governante non l’ha riconosciuto. Riesce comunque a farsi ammettere in casa, per una breve conversazione. Fa dunque ingresso nella residenza, le cui stanze sono immerse nel buio.

«Uno straniero avrebbe avuto diverse difficoltà, nonostante le precise indicazioni fornite da Ailie, a portarsi in salvo attraverso quel buio labirinto di corridoi, che conducevano dalla porta posteriore alla piccola cucina; ma Henry conosceva fin troppo bene la navigazione in quelle acque per ricevere danno da Scilla, nascosto in un angolo con le sembianze di un tino pericolosamente in bilico, o da Cariddi, appostato dall’altro lato nella profondità di una stretta scala a chiocciola che scendeva in cantina. L’unico ostacolo provenne da un piccolo cocker spaniel che abbaiava e ringhiava con insistenza: un tempo era stato il suo cane ma ora, diversamente dal fedele Argo, vedeva il padrone tornare dalle sue peregrinazioni senza riconoscerlo.
“I cani, e tutti! – disse Morton fra sé, vedendosi rinnegato dall’antico amico – Sono così cambiato che nessuno mi riconosce, tra quanti ho conosciuto e amato”».

Ma presto l’incontro prende una piega diversa. Entrato finalmente nella cucina, Henry si siede a tavola con Alison, e prosegue la conversazione non rivelando la propria identità.

«Mentre la signora Wilson parlava, Morton era via via più impegnato a contrastare l’assidua curiosità del cane che, riavutosi dalla prima sorpresa e associando vecchi ricordi, dopo lungo e studioso annusare aveva iniziato a roteare e saltare addosso allo straniero, e rischiava di tradirlo da un momento all’altro. Alla lunga, esasperato, Morton non seppe trattenersi dal dire in tono impaziente:
“Giù Elphin, giù, amico mio!”.
La vecchia signora, colpita da quelle parole inattese, disse “Chi siete voi, che conoscete il nome del nostro cane? Voi conoscete il nome del nostro cane, e non è un nome comune – proseguì – Buon Dio! Voi siete il mio bambino!”.
La povera vecchia si gettò ad abbracciare Morton, lo baciava come fosse suo figlio, e piangeva di gioia».

In questo modo Scott, da grande romanziere qual era, aveva trasformato l’andamento epico dei versi di Omero in un’intonazione domestica e familiare, quasi intima, spostando la vicenda dal sole del Mediterraneo alle brume di Scozia.

Così, la medesima storia è stata raccontata, a distanza di secoli, da uomini diversi e in lingue differenti. Chi vive con un cane, conosce anche il suo punto di vista. Tutti gli altri dovranno accontentarsi di Omero e di Scott.

5. Nota bibliografica

La traduzione dei versi di Omero è di Girolamo Baccelli, pubblicata a Firenze nel 1582.

Sul romanzo The Tale of Old Mortality offre un primo orientamento The Walter Scott Digital Archive, a cura di P. Barnaby, Edinburgh University Library.

Sui cani di Walter Scott le note più complete risalgono alla biografia scritta da suo genero, J.G. Lockhart (Memoirs of the Life of Sir Walter Scott, Edinburgh 1837-38), e alle lettere dello stesso Scott.

Traducendo Scott, avverto che non sono riuscito a rendere in modo appropriato l’esclamazione rivolta da Henry Morton a Elphin che l’ha riconosciuto. La lingua inglese dice «Down, Elphin, down, Sir!».

Scritto e distribuito privatamente nel 2014, ripubblicato in L’angolo di Scott nel 2016,© Simone Signaroli.

L’impiego di documenti d’archivio nei romanzi di Walter Scott: alcuni esempi scozzesi

Quando un autore è noto per la produzione di romanzi ambientati nel passato, vicino o remoto, è chiaro che tracce di documentazione storica, nelle sue opere, si dovranno per forza trovare. E quando l’autore è Sir Walter Scott (1771-1832), ricordato addirittura come l’inventore del romanzo storico, nonché giurista per formazione e carriera, l’inserzione nelle trame di documenti d’archivio, veri o simulati, è del tutto naturale1. E si trasforma di volta in volta, grazie all’ingegno del vero romanziere, in esempi di altissima arte narrativa. Per esempio, l’introduzione a Rob Roy nell’ultima edizione curata dall’autore (fu pubblicato per la prima volta nel 1817) è un piccolo trattato sulla storia del clan MacGregor, basato su documenti, carteggi, gazzette e volumi a stampa, e offre una cornice perfetta all’intreccio avventuroso che segue.

Sia chiaro fin dall’inizio: non voglio con queste righe tracciare uno studio rigoroso; piuttosto desidero mettere per iscritto qualche suggestione raccolta nelle letture di un dilettante. Spero con ciò di contribuire a divulgare gli scritti di un narratore, che fu grande e influente come altri pochi, in una lingua, quella italiana, nella quale è oggi forse poco conosciuto.

Compiendo un percorso a ritroso, dal romanzo più recente al più remoto, sceglierò pochi esempi significativi d’ambientazione scozzese, iniziando con La sposa di Lammermoor per giungere al primo romanzo, Waverley, passando per Old Mortality e The Antiquary.

1. The Bride of Lammermoor (1819)

Il romanzo è celebre, in Italia, per un adattamento teatrale derivatone da Salvatore Cammarano, che fornì il libretto per l’opera musicale di Gaetano Donizetti Lucia di Lammermoor. Il testo di Scott è un lavoro a buon diritto famoso, nel quale il tono cupo, a tratti rassegnato al fatale scorrere degli eventi, si alterna alle eroicomiche imprese di un vecchio maggiordomo, Caleb Balderstone, che è l’anima nascosta dell’intero romanzo, personaggio capace di suscitare nel lettore un sorriso misto alla più delicata e profonda commozione.

Le gesta di Caleb s’intrecciano con la tormentata vicenda dei giovani sposi promessi, Lucy Ashton ed Edgar Ravenswood, collocata agli inizi del XVIII secolo e modellata su fatti reali, che avevano avuto come protagonista una giovane Scozzese dell’Ovest, Janet Dalrymple, e che erano giunti all’orecchio di Scott da ragazzo, grazie a racconti orali che si tramandavano in famiglia.

Il culmine della tensione narrativa si raggiunge nel capitolo 32, quando l’azione romanzesca porta una Lucy spaventata, esausta, scossa fin nell’intimo, a confermare il patto di matrimonio, sottoscrivendo un contratto.

La descrizione delle firme apposte dall’eroina, compiuta con attenzione quasi diplomatistica, serve a conferire con rapidità fulminea un permanente sapore di realtà all’episodio, vero punto di partenza per il concitato, inarrestabile finale. Scott (che si finge l’oscuro narratore Peter Pattieson) conclude così l’episodio:

«Io stesso ho visto l’atto fatale: nei nitidi caratteri, con i quali il nome di Lucy Ashton è tracciato su ogni pagina, affiora solo una leggerissima e tremula irregolarità, rivelatrice del suo stato d’animo nel momento della sottoscrizione. Ma l’ultima firma è incompleta, mutila e macchiata; perché, mentre la sua mano era intenta a scrivere, si udì alla porta l’improvviso galoppo di un cavallo, seguito da passi veloci nella galleria esterna, e da una voce che in tono perentorio ammutolì la restistenza dei domestici. La penna cadde dalle dita di Lucy, mentre ella esclamava, con un grido sordo, “È arrivato… è arrivato!”»2.

2. The Tale of Old Mortality (1816)

Immagine_Scott
John Burley di Balfour minaccia di bruciare una pergamena, da Old Mortality, ed. Boston 1893, immagine digitalizzata da Project Gutenberg <www.gutenberg.org>.

 

Il romanzo di Old Mortality è ambientato durante le crude guerre che opposero il re Carlo II (1630-1685) e i Covenanters scozzesi, un gruppo di protestanti radicali che propugnava, dal punto di vista politico, la sottoscrizione di un contratto vincolante tra il popolo e il monarca di fronte a Dio, il National Covenant, al fine di difendere le peculiarità della chiesa presbiteriana di Scozia3. Come la politica nazionale, nella prospettiva dei “puritani di Scozia”, era determinata da questo documento, così una pergamena ha un ruolo preminente nello sviluppo narrativo dell’opera di Scott.

Il feroce e carismatico John Burley di Balfour, fanatico covenanter, è alla guida di una rivolta nell’ovest del paese, diretta alla città di Glasgow nel 1679. Dopo avere espugnato il castello di Tillietudlem, nella confusione del momento, egli sottrae una pergamena all’archivio della famiglia reggente, schierata apertamente con le forze leali al re. La pergamena, privilegio che sancisce il diritto al dominio sulle terre del castello, gli tornerà utile molti capitoli dopo, quando si troverà a duellare per difendere la propria vita, minacciando di bruciare il documento e portare alla rovina i suoi avversari4.

3. The Antiquary (1816)

Nel più pacato personaggio dell’Antiquario, che dà il titolo al romanzo, Scott proiettava qualcosa di se stesso. Jonathan Oldbuck, appassionato collezionista di libri e anticaglie, studioso dei rapporti tra Roma e l’antica Caledonia, è un gentiluomo di antico garbo e sottile ironia, proprietario della residenza di Monkbarns, fondata dall’antica e immaginaria abbazia di Trotcosey; parallelamente, Scott abitava nei dintorni di Melrose, in un castello neogotico da lui stesso voluto e progettato, Abbotsford. La finzione s’intrecciò a tal punto con la realtà che Scott compilò, nell’ultimo scorcio della sua vita, un catalogo delle antichità da lui collezionate, fingendo di essere l’Antiquario del vecchio romanzo: e infatti il volume fu intitolato Reliquiae Trotcosienses, le antichità dell’abbazia di Trotcosey5.

Nelle pieghe del romanzo non poteva quindi mancare un immaginario documento, celato nel cassetto di uno stipo, a lungo dimenticato in un appartamento di Monkbarns: addirittura «l’atto di erezione dell’Abbazia di Trotcosey (compresi i possedimenti di Monkbarns e altri) in signoria con privilegio regale, in favore del primo conte di Glengibber, uno dei favoriti di Giacomo Sesto». La presentazione dell’atto, che introduce a un gustoso episodio di genere gotico, è conclusa dallo stesso Antiquario in modo breve quanto preciso: «Riporta la sottoscrizione del re, a Westminster, il 17 gennaio 1612-13. Non è opportuno ricordare ora i nomi di tutti i testimoni»6.

4. Waverley (1814)

Giungiamo con Waverley all’esordio romanzesco di Scott, fino ad allora famoso per i suoi poemetti narrativi. Uno dei personaggi capitali del volume è Cosmo Comyne Bradwardine, Barone di Bradwardine, eccentrico signore delle Terre Basse. Lettore di classici, è legato indissolubilmente all’autorità tradizionale che deriva alle famiglie e alle comunità dagli antichi privilegi, fino al più rigido (e irresistibile) dei formalismi.

Sostenitore del diritto al regno degli Stuart contro la dinastia tedesca degli Hannover, che si è insediata a Londra, egli appoggia il tentativo di Carlo Edoardo Stuart (1720-1788) di rovesciare la situazione presente, che vede la sua famiglia in esilio a Roma (1745)7. Il Principe guida una rivolta dei clan contro il potere inglese, contestando la validità del trattato che aveva congiunto Scozia e Inghilterra nel Regno Unito (Acts of Union, 1707) e cercando di reinsediare il padre con il nome di Giacomo VIII di Scozia.

Dopo le prime battaglie vittoriose degli highlanders, il Barone vuole ripristinare un antico omaggio feudale, che i membri della sua famiglia hanno il diritto di porgere al re fin dai tempi di Robert Bruce (re di Scozia dal 1306 al 1329). È così introdotto il mitico privilegio dei Bradwardine, che per la sua età dev’essere avvicinato nientemeno che alla celebre Declaration of Arbroath, indirizzata al papa Giovanni XXII per communitatem Scocie, atto fondativo dell’indipendenza e autonomia scozzese8.

Il privilegio dei Bradwardine è di tenore più modesto ma, agli occhi del Barone, non meno importante. Eccone la rubrica, introdotta dal personaggio di Scott: pro servitio detrahendi, seu exuendi, caligas regis post battalliam, per il servizio di estrarre o levare i calzari del re dopo la battaglia9. Dal punto di vista formale, il testo porta al Barone alcuni dubbi di difficile soluzione. Il primo: «se questo servizio, ovvero omaggio feudale, sia per forza dovuto alla persona del Principe, essendo le parole del privilegio per expressum “caligas regis”, gli stivali del re in persona». Il dilemma è dovuto naturalmente al fatto che in Scozia si trova il figlio del pretendente al trono Carlo Edoardo, ma non il padre. Il problema è risolto sostenendo che Carlo Edoardo ha il diritto di ricevere l’omaggio dei vassali «come alter ego del Principe pretendente, in ruolo di reggente».

La seconda difficoltà è ben più spinosa. «Il Principe non calza stivali, ma scarpe con i lacci e pantaloni». Il Barone, fortunatamente, trova sempre una soluzione, e argomenta che «la parola caligae, sebbene io debba ammettere che, per tradizione di famiglia e nelle più antiche evidenze documentarie, è tradotta come stivali, significa piuttoso, nel suo senso originario, sandali; […] e le caligae erano proprie anche degli ordini monastici, perché leggo in un antico glossario riguardante la regola di san Benedetto nell’abbazia di Saint Amand che le caligae erano chiuse con lacci annodati»10.

Risolte le opposizioni che potevano essere mosse al privilegio, il Barone riesce a compiere il desiderato atto d’omaggio al proprio signore. Il resoconto della cerimonia è riportato da un’immaginaria gazzetta, che conduce il contenuto del privilegio all’estrema parodia di un atto feudale.

«Dopo il fatale trattato che annientò la Scozia come nazione indipendente, non abbiamo più avuto la gioia di vedere i suoi principi ricevere, e i suoi nobili offrire, quegli atti d’omaggio feudale che, fondati sulle celebri gesta del valore scozzese, richiamano alla memoria la sua antica storia, con la schiettezza virile e cavalleresca dei legami che univano alla corona l’omaggio dei guerrieri dai quali essa era costantemente sostenuta e difesa. Dopo che la corte ebbe formato un circolo, Cosmo Comyne Bradwardine, di quella stirpe, colonnello in servizio etc. etc. etc. giunse di fronte al Principe, assistito dal signor D. Macwheeble, magistrato dell’antica baronia di Bradwardine (il quale, sappiamo, è stato in seguito nominato commissario), e, in forma di atto ufficiale, chiese il permesso di offrire alla persona di Sua Altezza Reale, come rappresentante di suo padre, il servizio anticamente in uso, per il quale, secondo un privilegio di Robert Bruce (di cui fu prodotto l’originale, esaminato dal cancelliere di Sua Altezza Reale per il tempo in essere), il richiedente era in possesso della baronia di Bradwardine e delle terre di Tully-Veolan. Ammessa e registrata la sua richiesta, Sua Altezza Reale poggiò il piede sopra un cuscino e il Barone di Bradwardine, chino sul proprio ginocchio destro, procedette nell’operazione di sciogliere il laccio della scarpa (una scarpa bassa degli Highlands detta brogue, che il nostro eroico cavaliere indossa in onore dei suoi valorosi sostenitori). Quando ciò fu compiuto, Sua Altezza Reale dichiarò conclusa la cerimonia e, abbracciando il cavalleresco veterano, protestò che nulla, se non l’obbedienza a un ordine di Robert Bruce, avrebbe potuto indurlo a ricevere anche solo il gesto simbolico di un ufficio servile da mani che avevano combattuto tanto valorosamente per porre la corona sulla testa di suo padre. Il Barone di Bradwardine allora consegnò il procedimento nelle mani del signor commissario Macwheeble, il quale affermò che tutti i punti e le formalità dell’atto d’omaggio erano stati rite et solenniter acta et peracta, e una conseguente registrazione fu inserita nel protocollo del Lord Ciambellano e nei registri della cancelleria. Sappiamo inoltre che è intenzione di Sua Altezza Reale, se il volere di sua maestà può essere noto, d’innalzare il colonnello Bradwardine al rango di Pari, con il titolo di Visconte Bradwardine di Bradwardine e Tully-Veolan e che, nel frattempo, Sua Altezza Reale, in nome e con l’autorità di suo padre, si è compiaciuta di concedergli un onorevole incremento per lo stemma di famiglia, consistente in un tirastivali, o calzascarpe, incrociato con una spada sguainata, da collocare nella parte destra dello scudo; e, come motto aggiuntivo in un cartiglio al di sotto, Draw and draw off, calzare e scalzare»11.

Ho definito questo resoconto la parodia di un atto feudale, compiuta abilmente da un maestro della narrazione. In tutta onestà, ignoro se esista un documento simile, e un simile cerimoniale, a nord del fiume Tweed: potrei essere felicemente smentito dalla realtà degli archivi12.

Note

1Il miglior punto di partenza per conoscere e approfondire la vita e le opere di Walter Scott, con un’attenta bibliografia aggiornata, è oggi The Walter Scott Digital Archive, ed. by P. Barnaby, Edinburgh University Library <http://www.walterscott.lib.ed.ac.uk/&gt;.

2The Bride of Lammermoor, ch. XXXII. È interessante notare che, sulla spinta di questa pagina, nel corso del XIX secolo si cercò il reale contratto sottoscritto da Janet Dalrymple, la cui eco raggiunse addirittura una gazzetta australiana: The Marriage Contract of the Bride of Lammermoor, «The Mercury», 2 october 1871, p. 4.

3L’ambientazione generale del romanzo è alla base di un’altra opera lirica dell’Ottocento italiano, I Puritani, di Vincenzo Bellini.

4The Tale of Old mortality, ch. XXII.

5Meritoriamente pubblicato come Reliquiae Trotcosienses, or, The Gabions of the Late Jonathan Oldbuck Esq. of Monkbarns, ed. by G. Carruthers and A. Lumsden, Edinburgh 2004.

6The Antiquary, ch. VIII.

7La casa Stuart, inizialmente erede della sola corona di Scozia, acquisì il trono d’Inghilterra dopo la morte di Elisabetta I, che non ebbe eredi. In quel momento Giacomo Stuart, figlio di Maria e sesto re di quel nome in Scozia, divenne anche Giacomo I d’Inghilterra. La dinastia mantenne le due corone nel corso del XVII secolo, se si eccettua la parentesi repubblicana di Cromwell, ma sul finire del secolo il parlamento di Westminster appoggiò l’ingresso a Londra di Guglielmo d’Orange, che si fece garante, fra le altre clausole, anche della difesa del protestantesimo sull’isola. In quel momento (1688), il re legittimo Giacomo II fuggì in Francia. All’inizio del nuovo secolo la corona passò ai tedeschi Hannover in base a un atto parlamentare che escludeva gli Stuart dalla successione. Questi, nel frattempo trasferitisi Roma, continuarono a lavorare con la diplomazia e le armi nel tentativo di reinsediarsi sui troni perduti, avendo per sostenitori in Gran Bretagna soprattutto gli highlanders scozzesi, per lo più cattolici. Una curiosità: Carlo Edoardo, nipote di Giacomo II, è conosciuto tuttora in Scozia con l’appellativo affettuoso di Bonnie Prince Charlie; ma essendo nato a Roma il nome familiare, con il quale suo padre Giacomo lo chiamava, era Carluccio.

8Pubblicata da J. Fergusson, The Declaration of Arbroath 1320, Edinburgh 1970. Si veda anche la pagina dedicata al documento da The National Archives of Scotland: <http://www.nas.gov.uk/about/090401.asp&gt;.

9Si noti che Scott impiega il termine non classico battalliam in luogo di proelium, per connotare la lingua del documento secondo gli usi propri del XIV secolo.

10Waverley, ch. XLVIII.

11Waverley, ch. L.

12I siti web sono stati controllati il 7 settembre 2013; le traduzioni sono state eseguite dall’autore in occasione della stesura dell’articolo. Ringrazio Emanuele Atzori per i consigli offertimi.

Articolo pubblicato per la prima volta in «Il mondo degli archivi», seconda serie, (8 settembre 2013), pubblicato in «L’angolo di Scott» il 16 luglio 2016, con un saluto ad Alessia, © Simone Signaroli.

Fra i libri dell’antiquario (per tacer dei cani)

1. Introduzione

L’arte di Sir Walter Scott non è soltanto l’impareggiabile capacità di creare selve romanzesche, nelle quali il lettore è accompagnato dalla mano gentile di un raro affabulatore, ironico quanto appassionato, in grado di conferire reale consistenza ai suoi personaggi perché sempre rispettoso dei loro più intimi sentimenti, come se non si trovasse di fronte a donne, uomini e animali puramente fittizi, ma veri e sensibili.

I romanzi di Sir Walter Scott sono ben altro che puri intrecci d’avventura e d’amore; non si fermano nemmeno alla perfetta ambientazione storica, che tanto influenzò Manzoni e il romanzo italiano dell’Ottocento; i volumi che di anno in anno pubblicava, a partire dal 1814, sono miniere profonde e affascinanti di puro divertimento per raffinati bibliofili e stravaganti eruditi. Perché il Bardo del Nord, giurista per formazione e scozzese nel midollo, univa con sapienza il mondo selvaggio degli Highlands e le vicende storiche del regno di Scozia con le proprie passioni di studioso, che sempre si dilettò di scienza antiquaria e poesia narrativa, quella che i Britannici tuttora chiamano Romance.

2. Waverley

Capita di imbattersi fin dal suo primo romanzo, Waverley (1814), in uno straordinario personaggio come Cosmo Comyne, Barone di Bradwardine, fedele alla causa degli Stuart contro l’insediarsi della famiglia Hannover sul trono d’Inghilterra (e di Scozia): un tema carissimo a Scott, che vi ambientò in seguito uno dei suoi capolavori, Rob Roy (1818). Persino nelle avversità più dure, il nobile Scozzese non può distogliere l’attenzione dagli amati libri, come racconta Sir Walter nel sesto capitolo del primo volume, disegnando l’episodio con genuino spirito di bibliofilo. Dobbiamo immaginare che il racconto si svolga nell’antica dimora di Waverley-Honour, in Inghilterra: il vecchio Sir Everard sta descrivendo al nipote Edward, appassionato lettore di classici in procinto di partire per il nord, il carattere dell’amico Scozzese, che presto il giovane incontrerà.

Nell’anno 1715, durante la prima rivolta scozzese contro la dinastia venuta dal continente, il nostro Barone è fatto prigioniero a Preston, nel Lancashire: «Era un uomo di antichissima famiglia, per quanto gravata da qualche difficoltà economica; era uno studioso, secondo il tipo di studi scozzese, cioè le sue conoscenze erano più vaste che accurate, ed egli era piuttosto un lettore che un filologo. Si diceva che avesse dato un’insolita prova del suo amore per un singolo autore classico.

«Sulla strada da Preston a Londra, riuscì a fuggire alle guardie che lo sorvegliavano; ma in seguito fu notato mentre si aggirava vicino al luogo dove la compagnia aveva alloggiato la notte precedente: riconosciuto, fu nuovamente arrestato. I suoi compagni, e pure le guardie, furono sorpresi da quella sorta di infatuazione, e non poterono esimersi dal chiedere perché, una volta libero, non avesse cercato di raggiungere un luogo sicuro; alla domanda rispose che aveva effettivamente pensato di farlo, ma che, in tutta onestà, era tornato per cercare la sua copia di Tito Livio, che aveva dimenticato nella fretta della fuga.

«Quel semplice aneddoto colpì il gentiluomo, che […] era un particolare estimatore dell’antico Patavino e, sebbene il suo amore non potesse condurlo a tali stravaganze, nemmeno per recuperare l’edizione di Sweynheim e Pannartz (che si reputa la princeps), finì per ammirare la devozione dello Scozzese».

Nel medesimo romanzo, altre sorprese sono riservate all’amante di libri insoliti. Una su tutte: il colloquio che intercorre fra il capo clan Fergus Mac-Ivor e sua sorella Flora. La scena si svolge sulle colline scozzesi, nei pressi di un impetuoso torrente. Flora sta narrando un racconto in versi, nello stile dei bardi antichi, alla rapita attenzione del giovane Edward, quando Fergus sopraggiunge in compagnia di un cane greyhound, suo «fedele attendente». Con spirito pungente, Fergus commenta in modo scherzoso la seria poesia della sorella citando alcuni versi dell’Orlandino di Teofilo Folengo, riportati nell’originale italiano (canto I). Una lettura che non può dirsi comune nella Scozia dei secoli XVIII e XIX:

                                    Io d’Elicona niente
Mi curo, in fe de Dio, che ’l bere d’acque
(Bea chi ber ne vuol) sempre mi spiacque!
Waverley, cap. XXIII.

Un ultimo episodio è ancor più curioso, per la reazione che suscitò nel corso dell’Ottocento tra i filologi classici. Nel capitolo decimo, il Barone di Bradwardine, che già abbiamo conosciuto, cita a memoria un passo latino sulla differenza lessicale tra epulae e prandium, attribuendolo allo storico classico Svetonio. A distanza di quasi sessant’anni dalla pubblicazione del romanzo, un filologo tedesco si occupò del caso: non trovando riscontro a quel paragrafo nell’opera di Svetonio, scrisse un articolo con il quale proponeva che Scott avesse carpito quell’inedito in un antico glossario del quale si fossero perse in seguito le tracce (G. Becker, in «Rheinisches Museum für Philologie», 37, 1882). Secondo lo studioso, quello era senz’altro un frammento perduto dell’autore classico. Solo nel 1896 Albert A. Howard, negli «Harvard studies in classical philology», poté dimostrare che Scott aveva prelevato la citazione da un vocabolario pubblicato alla fine del XVII secolo, il Thesaurus eruditionis scholasticae di Basilius Faber (Leipzig 1696): si veda in proposito A. A. Howard, Notes on Suetonius, «Harvard studies in classical philology», 7 (1896), pp. 205-6. Mettendolo sulla bocca del Barone, e facendo a questi confondere la glossa di un lessicografo con un frammento classico, Scott poteva tratteggiare nei fatti la caratteristica peculiare del suo personaggio, cui aveva già accennato presentandolo ai propri lettori: «era uno studioso, secondo il tipo di studi scozzese, cioè le sue conoscenze erano più vaste che accurate, ed egli era piuttosto un lettore che un filologo».

3. Guy Mannering

Cenni alle antichità e ai libri non mancano nemmeno nel secondo dei romanzi di Scott, Guy Mannering, ovvero, The Astrologer (1815): per esempio, la gioia del grottesco prelato Dominie Sampson di fronte alle casse di libri che dovrà catalogare per conto di Guy Mannering, e che lo inducono ad esclamare ad ogni tratto la sua favorita espressione, «Prodigious!» (cap. XX); oppure la passeggiata lungo il Vallo di Adriano descritta nel capitolo XXII:

«Nelle età future, quando la scienza della guerra sarà cambiata, poche tracce rimarranno delle fatiche di Vauban e di Coehorn, mentre le reliquie di questo meraviglioso popolo anche allora continueranno a destare l’interesse e la meraviglia dei posteri». Poco dopo, ad alleggerire il tono forse troppo aulico di quelle pagine, viene l’immancabile incontro con un allevatore di terriers, Mr. Dandie Dinmont, con le sue tre coppie di cani dai nomi irresistibilmente monotoni: «auld Pepper and auld Mustard, young Pepper and young Mustard, little Pepper and little Mustard».

4. The Antiquary

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Illustrazione tratta da The Antiquary (ed. Boston 1893), digitalizzata da Project Gutenberg.

Ma il colmo si raggiunge con il terzo romanzo, The Antiquary (1816), ambientato nell’incerta età napoleonica. Nelle pagine di apertura è descritto un curioso viaggio in corriera. Il maturo gentiluomo di campagna Jonathan Oldbuck, l’antiquario dilettante del titolo, seduto nella scomoda vettura, sfoglia un grande volume in folio contenente la raccolta di antichità scozzesi di Alexander Gordon, l’Itinerarium septentrionale (London 1726), a proposito del quale intesse una dotta conversazione con il suo compagno di viaggio, il giovane Lovel. Per merito di questo esordio, The Antiquary è forse l’unico romanzo citato nel severo Corpus inscriptionum Latinarum, nel volume sulle iscrizioni delle isole britanniche:

«Inter indigenas de antiquitatibus patriis bene meritus est Alexander Gordon, quanquam homo fuit mediocris eruditionis […]; Gualtero Scott in narratione celebri, the Antiquarian inscripta, ‘the Sandie Gordon’ est; obiit c. a. 1750 in Carolina Americae»: Inscriptiones Britanniae Latinae, edidit Aemilius Hübner, Berlin, Reimer, 1873 (CIL vii), p. 184.

Per dare la cifra dell’intero romanzo, basterà la descrizione dello studio dell’antiquario (cap. III):

«Un grande, antiquato tavolo di quercia era coperto da una profusione di carte, pergamene, libri, gingilli non bene identificabili, che sembravano avere poco d’interessante, se non la ruggine e l’antichità che essa denota. In mezzo a questo naufragio di libri ed oggetti, con la gravità di Mario tra le rovine di Cartagine, sedeva un grosso gatto nero, che per un occhio superstizioso avrebbe potuto rappresentare il genius loci, il demone tutelare di quelle stanze. Il pavimento, come il tavolo e le sedie, era inondato dal medesimo mare magnum di miscellanee cianfrusaglie, fra le quali sarebbe stato impossibile recuperare un oggetto qualsiasi, pur cercandolo, e trovargli uno scopo, quando mai lo si fosse scovato».

Sono convinto che, nella scelta del lessico impiegato in queste righe, Scott abbia volutamente introdotto l’immagine del naufragio, suggerita nell’originale inglese dall’unione di «in the midst of this wreck» con il seguente «mare magnum of miscellaneous trumpery»: così legava in modo sottile, ma saldo, il ritratto complesso, affascinante e arguto di Jonathan Oldbuck, gentiluomo della campagna scozzese, con la grande erudizione antiquaria nell’Europa di tutta l’età moderna, che aveva fatto delle tabulae naufragii, le tavole sopravvissute a grande e famoso naufragio, la cifra identificativa delle antichità classiche, delle rovine architettoniche del passato, dei frammenti superstiti di una civiltà perduta, ma viva nella seguente tradizione medioevale, e nello studio di essa.

Scott riusciva, da vero maestro, a concentrare con poche parole una secolare tradizione di studi nei cumuli di oggetti collezionati dal suo immaginario antiquario.

5. The Heart of Midlothian

Lo stesso Scott, d’altra parte, conosceva bene i sentimenti e le bizzarrie che attribuì ai suoi personaggi. In una nota scritta per il grande lavoro The Heart of Midlothian (1818), illustrava l’aspetto delle prigioni di Edimburgo nel xvi secolo. L’autore di Waverley spiegava che l’edificio rinascimentale fu demolito nel 1817. L’operazione suscitò l’interesse di Scott, che immediatamente riuscì ad aggiudicarsi l’intero portale, reimpiegandolo nella propria residenza ad Abbotsford, affacciato sul cortile (nota 8).

Lì giace tuttora, pietre fra le pietre di un castello neogotico, dove si accompagna alla scultura sepolcrale posata da Scott in memoria della cagna favorita, l’amata Maida. Alla quale è dedicato un distico latino, dettato dal grande Scozzese e inciso nella base della pietra, memore della più alta tradizione dei classici e degli umanisti:

Maida, marmorea dormis sub imagine Maidae:
Ad ianuam domini sit tibi terra levis.

 

Articolo pubblicato per la prima volta in «Misinta. Rivista di bibliofilia e cultura», 37 (dicembre 2011), ripubblicato in «L’angolo di Scott» nell’anno bicentenario della prima edizione di The Antiquary, © Simone Signaroli.