1. Premessa

Agli occhi degli Italiani sembra che il rapporto di Walter Scott (1771-1832) con Ludovico Ariosto (1474-1533) sia piuttosto complicato. Nel XIX secolo il critico Filippo Rovani, abbagliato dal successo vastissimo dei romanzi di storia e d’avventura di Scott, enfatizzava in chiave nazionalistica l’influsso che l’autore scozzese avrebbe ricevuto da Ariosto, soprattutto per quanto riguarda la struttura narrativa delle sue opere. Ma era subito duramente attaccato da Giosue Carducci, il quale al contrario riteneva che Scott si fosse confrontato direttamente con le tradizioni medievali anglosassoni e francesi, ignorando quelle che lui chiamava «tarde imitazioni italiane del Quattrocento, e i rifacimenti classici dell’Ariosto».

Eppure i contemporanei di Scott, come George Byron, avevano chiamato l’autore «l’Ariosto del Nord». Lo conoscevano bene: lui stesso dichiarò di avere letto, per una parte della sua vita, i poemi di Boiardo e di Ariosto una volta all’anno. Ma la ragione di quell’appellativo si rinviene pure nelle sue opere: per fare un esempio, in uno dei suoi romanzi maggiori, Rob Roy (1818) il protagonista Francis Osbaldistone è un lettore appassionato di letteratura italiana, tanto da essere impegnato in una traduzione in versi proprio dell’Orlando furioso di Ariosto. Un omaggio esplicito che manifesta l’intenso dialogo tra i due autori, dove Scott rielabora profondamente le invenzioni del poeta rinascimentale, portandone l’anima in opere di nuova concezione.

E non è tutto qui. Andiamo al primo romanzo di Scott, quello che inaugura il ciclo di lavori storici sul Settecento scozzese, Waverley (1814). Uno dei primi capitoli è dedicato all’educazione ricevuta dal protagonista, dove è descritta la biblioteca ideale del gentiluomo britannico del XVIII secolo. Nella lista, accanto a Shakespeare, Spencer e Milton, il giovane Waverley era un accanito frequentatore dei «numerosi poemi narrativi che, dai tempi di Pulci, sono stati tra gli esercizi favoriti degli ingegni d’Italia». E in uno stupendo romanzo della maturità, Redgauntlet (1824), il giovane Darsie Latimer, sorpreso dall’impeto di un’improvvisa marea e soccorso da un misterioso cavaliere che corre sulla spiaggia dell’Oceano, si descrive in una lettera all’amico Alan Fairfod come un paladino sulla groppa dell’ippogrifo di Atlante, in viaggio verso il castello del mago.

In effetti lo stesso Scott possedeva nella propria biblioteca numerosi romanzi cavallereschi italiani, non solo i maggiori. Forse più di quanti si scoprì averne in casa Don Chisciotte, considerando che aveva persino una versione della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso in dialetto calabrese.

Il testo che segue è una libera fantasia su questo tema, giocata attorno alla figura del cavaliere Rinaldo di Montalbano, protagonista dei memorabili versi di Boiardo e Ariosto, viaggiatore nella terra di Scozia, e in qualche modo trasfigurato nelle più cupe e gotiche tra le pagine di Walter Scott.

2. Rinaldo di Montalbano

«Buongiorno cavaliere», disse il maggiordomo a Rinaldo, sire di Montalbano, paladino alla corte di Carlo Magno. E già immaginiamo un castello favoloso, l’armatura splendente e il sorriso di un uomo gagliardo che monta a cavallo. E invece Rinaldo è povero, malvestito, scostante, e anche antipatico. D’altra parte, questi paladini sono più modesti, e più umani, di quanto normalmente ricordiamo: suo cugino Orlando, il casto e irreprensibile difensore di Francia, è affetto da un’evidente disfunzione erettile, di probabile origine psicologica; e l’imperatore stesso non gode di gran fama, nei poemi cavallereschi italiani, tanto da essere chiamato di frequente Carlone il pasticcione, donde la nota espressione «fare qualcosa alla Carlona». Ma Rinaldo è speciale per la sua povertà.

La prima volta che compare nel poema Orlando innamorato del predecessore di Ariosto, Matteo Maria Boiardo (1441-1494), è tanto povero da essere deriso da Gano di Maganza, suo acerrimo nemico, perché veste abiti consunti e male assortiti.

«Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
perché quei traditori, in atto altieri,
l’avean tra lor ridendo assai beffato,
perché non era come essi adobato».

Non solo. La sua indigenza diviene presto leggendaria, salendo al rango di vera protagonista. Per esempio in una commediola del XVII secolo dai toni farseschi, L’onorata povertà di Rinaldo, attribuita all’autore teatrale Giacinto Andrea Cicognini (1606-1650). Il servitore di Rinaldo, quello che lo saluta all’inizio del nostro capitolo, altri non è che Pulcinella. Il quale, con accenti napoletani, deruba chi si trova a passare vicino al diroccato castello del padrone, con lo scopo di rifornire la sua disagiata dimora. E quando Rinaldo offre ospitalità a due giovani sposi (la nobile Armelinda e Celindo, principe del Cairo) Pulcinella commenta così le disponibilità della dispensa: «Non li proferir da mangiare, che non ci è niente». Infatti la parte di Pulcinella è una lagna continua di fame e di stenti, ostentati quanto sofferti.

Un’opera come questa non avrebbe divertito il pubblico, se il protagonista non fosse stato universalmente noto. Grazie soprattutto al poema rinascimentale di Ariosto, ma anche ai cantari e agli spettacoli di strada, per lo spettatore del Seicento Rinaldo appariva sulla scena con la stessa immediatezza del suo servitore Pulcinella, lo si riconosceva a prima vista come un Arlecchino, o come un ladro patentato: insomma, nel momento stesso in cui lo si vedeva, si presentavano con lui le infinite avventure nelle quali era stato impegnato in secoli di pagine scritte, lette, recitate e ascoltate.

In effetti un cavaliere difficilmente è un tipo sedentario, e la sua vita è molto impegnativa. Così accade a Rinaldo di correre in continuazione, sempre in movimento da un duello all’altro, in direzioni tutt’altro che coerenti, anzi in contrasto l’una con l’altra, come due piatti che si scontrano nel fragore di un’orchestra.

È un po’ quello che succede nella foresta delle Ardenne, nella quale Rinaldo, il cugino Orlando e la bella Angelica, principessa del Catai, si trovano invischiati in un’intricata trama amorosa.

Un giorno Angelica, la donna amata da Orlando, beve a una fontana fatata, creata anni prima dal mago Merlino e immersa nel bosco. L’acqua di quella fonte, in virtù dell’incantesimo di Merlino, ha il potere di fare innamorare chi se ne disseta. Angelica, purtroppo per Orlando, s’innamora perdutamente di suo cugino, Rinaldo, che sinceramente la detesta, e non ne fa mistero. Angelica inizia a inseguirlo e lui a fuggire, finché Rinaldo non beve egli stesso alla fonte dell’amore e s’invaghisce di lei. Ma Angelica beve con assoluta puntualità alla sorgente del disamore, e i ruoli si invertono promettendo altre centinaia di versi colmi di avventure e inseguimenti.

Questo è solo un esempio, perché Rinaldo viaggiò molte volte per il mondo, non solo per fuggire la bella Angelica, e poi per cercarla, ma anche per ingannare i Mori, per difendere Parigi, per esplorare il fascinoso Oriente, per il divertimento proprio e per quello del lettore. Non viaggiò quanto Astolfo, che salì nella Luna per ritrovare il senno di Orlando, anch’egli pazzo d’amore. Ma pure viaggiò molto il nostro Rinaldo, e due volte venne in Scozia.

3. Il primo viaggio di Rinaldo in Scozia

La prima volta che Rinaldo venne in Scozia fu tra le pagine di Ariosto, nel canto IV dell’Orlando furioso.

«Sopra la Scozia ultimamente sorse,
dove la selva Calidonia appare,
che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri
s’ode sonar di bellicosi ferri».

Dopo un viaggio in alto mare il cavaliere approda sulla costa orientale della Scozia, e trova alloggio in un’abbazia immersa nella foresta. Durante il pranzo che gli è offerto dai monaci, non prima di essersi saziato a fondo (Rinaldo è povero, e deve approfittare di ogni buona occasione per un pasto completo), chiede se ci sia qualche nobile impresa nella quale possa cimentarsi.

I suoi ospiti gli raccontano una scabra vicenda, che ha coinvolto la giovane figlia del re di Scozia, Ginevra. Il barone Lurcanio afferma di averla sorpresa nottetempo con un amante segreto, lei che era la sposa promessa al fratello di lui, il cavaliere italiano Ariodante, che anni prima aveva trovato una stabile collocazione nella corte reale. Ariodante, per la disperazione di vedersi tradito, si è gettato nel gelido Mare del Nord e Lurcanio chiede, con l’accusa ufficiale d’impudicizia, che sia punita colei che considera responsabile della morte del caro fratello.

In base a una legge crudele, se nessun cavaliere interverrà, sfidando e vincendo l’accusatore, Ginevra sarà messa a morte dal suo stesso genitore, il re.

Rinaldo non sa se Ginevra sia colpevole oppure innocente, ma decide subito di accorrere al suo sostegno. Che importa, in fondo, se sia fedele o infedele? Perché, chiede Rinaldo, il vanto di un uomo dev’essere la vergogna di una donna? Non uno, ma cento amanti potrebbe avere, come cento può averne un uomo senza riceverne biasimo, ma onore.

E corre Rinaldo, corre in sua difesa. E salva infine la situazione, da paladino qual è. Non rivelo qui lo svolgimento degli avvenimenti perché, chi vorrà, potrà leggerli nel poema. E perché raccontarli meglio di come ha fatto Ariosto, questo sarebbe un lavoro davvero difficile.

4. La scomparsa di Rinaldo

L’avventura scozzese di Rinaldo non rimase senza fortuna, dopo la morte di Ariosto, e finì per essere rappresentata a teatro, come succede oggi ai libri famosi che sono adattati per il cinema.

Era il 1708 quando a Firenze fu pubblicato un dramma per musica del poeta Antonio Salvi (1664-1724), intitolato Ginevra principessa di Scozia. Era qui isolata la vicenda descritta da Ariosto, e volta in dramma di scena. Ma tra i personaggi mancava Rinaldo: una scelta più che giustificata, in verità, per rendere la trama più concisa ed efficace, ridurne i protagonisti e darle uno scioglimento interno, senza ricorrere al paladino che giunge dall’esterno per portare una soluzione altrimenti impossibile.

L’opera fu molto gradita in Toscana, accompagnata dalla musica oggi perduta di Carlo Francesco Pollarolo (c. 1653-1723). Come spesso accadeva, un libretto di successo poteva essere musicato nuovamente da altri compositori, che l’esportavano per l’intera Europa: fra gli altri Antonio Vivaldi (1678-1741), che ne compose una versione nel 1724, perduta come l’originale di Pollarolo; poi George Frideric Handel (1685-1759), che riportò il dramma in Gran Bretagna, trasformandone il libretto e realizzando con Ariodante, questo il nuovo titolo, un’opera di somma libertà espressiva, che fu rappresentata la prima volta al Covent Garden di Londra, l’8 gennaio del 1735, e che possiamo tuttora apprezzare come un capolavoro del teatro musicale.

5. Il secondo viaggio di Rinaldo in Scozia

Nuovamente Rinaldo venne in Scozia nel 1819, questa volta sotto mentite spoglie, forse per vendicarsi dell’esclusione che gli era toccata nel secolo precedente. Si era trattato di un’esigenza drammaturgica, il suo caratteraccio non c’entrava e nessuno gli voleva male, niente di personale insomma; ma uno come lui non poteva prenderla bene.

Rinaldo venne in Scozia, si diceva, tra le pagine di un romanzo di Walter Scott, La sposa di Lammermoor. Naturalmente, se è giunto in incognito, non bisognerà cercarlo con il suo nome, ma sotto le sembianze di uno dei giovani protagonisti della vicenda, il nobile Edgar, sire di Ravenswood. Non solo nella sua persona, ma anche attraverso il comportamento del suo servitore emerge la nascosta identità dell’eroe, e insieme si rivela un episodio dell’ininterrotto dialogo di Scott con Boiardo e Ariosto.

L’ambientazione, come spesso accade, è in Scozia alla fine del XVII secolo. Il sire di Ravenswood è il rampollo di un’antichissima famiglia di signori feudali, la quale tuttavia ha perso ogni ricchezza, ridotta ormai al rudere di un castello, agli abiti che indossa, a un cavallo, una domestica e un maggiordomo, l’anziano Caleb Balderstone.

La povertà di Edgar, come quella di Rinaldo, spinge il servo Caleb a derubare gli abitanti del vicino villaggio di un paio di capponi, quando gli capita la disgrazia di dovere allestire il banchetto per un ospite illustre. Come fosse un Pulcinella scozzese. Un po’ Pulcinella, un po’ Sancho Panza. Un uomo commovente, che si arrabatta nel fingere distruzioni improvvise di stoviglie pregiate, che non sono mai esistite, per giustificarne l’assenza senza confessare la povertà del suo signore; che è così legato all’antica nobiltà della “sua” famiglia, da essere incapace di accettarne la decadenza, tanto da rifugiarsi nella sua stanza in completa solitudine, dopo una sentenza che abbatte definitivamente ogni pretesa di potere dei Ravenswood; e lì trascorre sei ore consecutive a lucidare un piatto di umile peltro fischiettando il motivo di una nota canzone:

«Chi vuole far l’amore
con la bella Maggie Lauder?».

L’amore di Edgar, il tragico amore per Lucy Ashton, è un amore che nasce in un bosco, accanto a una fonte che la gente del luogo suppone abitata dalle fate. Una sorgente incantata nella selva Caledonia, come nelle Ardenne la fonte di Merlino innamora Angelica di Rinaldo, e Rinaldo di Angelica.

0007396d
Incisione di George Cruikshank raffigurante un episodio di The Bride of Lammermoor

Il caratteraccio di Edgar, l’orgoglio radicale del suo animo onesto è motivo di alta considerazione, un segno di profonda nobiltà; ma è anche una fra le cause della rovina sua e di chi lo circonda nella tragedia che si stampa sulle pagine di quel grande romanzo. E, una volta che tutto è concluso, è Caleb a suggellare la fine della storia: abbandonato a se stesso dal suo amato padrone, «mangiava senza ristoro, si coricava senza riposo e, dimostrando una fedeltà che si vede talvolta nei cani, ma raramente in un uomo, patì fino a morire prima che fosse trascorso un anno dalla catastrofe che abbiamo narrato».

«Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!».

Così avrebbe commentato Ariosto. Ma come si giunga a quella catastrofe, quale intreccio la preceda, questo non lo racconto, perché scrivere, come Walter Scott ha scritto, sarebbe un compito davvero difficile.

6. Nota bibliografica

M.M. Boiardo, Orlando innamorato, Ferrara, edizione perduta, 1482-1483 e 1495 (edizione utilizzata per questo scritto: a cura di Riccardo Bruscagli, Torino, Einaudi, 1995).

L. Ariosto, Orlando furioso, Ferrara, Giovanni Mazocco, 1516 (edizione utilizzata per questo scritto: cura di G. Innamorati, Milano, Feltrinelli, 1995).

G.A. Cicognini, L’honorata povertà di Rinaldo, Bologna, Giacomo Monti, 1663.

A. Salvi, Ginevra principessa di Scozia, Firenze, Anton Maria Albizzini, 1708.

G. Byron, Childe Harold’s Pilgrimage, Canto the Fourth, London, John Murray, 1818.

W. Scott, The Bride of Lammermoor, Edinburgh, Archibald Constable and Co., 1819 (edizione utilizzata per questo scritto: ed. by J.H. Alexander, Edinburgh, Edinburgh University Press, 1995).

Catalogue of the Library at Abbotsford, Edinburgh, [T. Constable], 1838.

G. Carducci, Opere scelte, a cura di M. Saccenti, Torino, UTET, 1993.

P. Henderson Scott, Walter Scott and Scotland, Edinburgh, The Saltire Society, 1994.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...