L’uomo con i pantaloni. Una storia poetica

1. Poesia

Poesia è un termine che deriva dal verbo greco «poiéo», il quale a sua volta significa propriamente «fare, fabbricare, realizzare». Da qui, quando si tratta di parole, questa affascinante espressione assume il senso di «fabbricare un testo», costruirne uno che sia dotato di una certa coerenza, di una sua norma interna, come se fosse un edificio che si sviluppa nello spazio, che si legge nel tempo, che racconta una storia.

Nei casi migliori, si tratta persino di un’arte.

2. Tartan e kilt

Non c’è forse persona, oggigiorno, che al nome di Scozia non pensi al tessuto tartan. Quel drappo di lana decorato a intrecci perpendicolari, in diversi colori, tipico appunto della Scozia, che si usa tagliare nella foggia di una gonna al ginocchio come abito tradizionale maschile, il kilt. Un’eccezione, almeno al giorno d’oggi, nel panorama della moda da uomo.

Ma è sempre stato così?

Lo storico e uomo politico George Buchanan (1506-1582), nella sua Storia di Scozia descrive in questo modo l’abbigliamento degli uomini che abitavano nel XVI secolo le valli delle Highlands:

«Utilizzano abiti di varie tinte, soprattutto con motivi a linee incrociate; tra i colori apprezzano il viola e l’azzurro. Gli antichi indossavano mantelli variopinti, che anche tutt’ora sono d’uso frequente. Infatti molti ancor oggi li indossano, a imitazione delle piante più scure e delle eriche dei prati, per non essere riconosciuti a causa degli abiti quando si acquattano in piena luce nella brughiera. Se li avvolgono attorno al corpo, piuttosto che indossarli, e riescono così a sopportare le più severe avversità climatiche nella veglia, e a dormire al caldo persino quando sono coperti dalla neve».

Sembra davvero di vedere una schiera di montanari scozzesi vestiti come nei film di Hollywood. Ma è difficile che la storia proceda per secoli senza alcuna variazione, e l’uso del kilt, che già nel testo di Buchanan sembra circoscritto a una regione precisa della Scozia, non può dirsi comune in ogni epoca.

Per esempio all’inizio del XIX secolo sappiamo che l’abito tradizionale era stato per lo più abbandonato persino nelle più remote regioni della Scozia. Il diario di un viaggio nelle Highlands compiuto nel 1804 dal poeta e pastore James Hogg (1770-1835) ci informa che il kilt, pur essendo ancora presente nell’isola di Mull, era ormai scomparso a Lewis e Harris, nelle Ebridi esterne, per non parlare della Scozia orientale e del sud, dove il comune abbigliamento maschile non era diverso da quello in uso nell’Inghilterra degli stessi anni: pantaloni piuttosto attillati, camicia, panciotto e giacca.

3. L’uomo con i pantaloni

Il 12 agosto del 1822 Giorgio IV, sovrano del Regno Unito di Scozia e Inghilterra, fece visita a Edimburgo: era la prima volta che un re metteva piede in terra scozzese da oltre un secolo. Giorgio era un corpulento signore di origine tedesca, residente in un paese che era percepito come straniero: «l’antico nemico», così era chiamata l’Inghilterra da molti dei sudditi che vivevano in quelle lande per tanti aspetti ostili.

Ma il sovrano era desideroso di guadagnarsi, se possibile, il favore del regno settentrionale; chiese così di organizzare un grandioso cerimoniale a un maestro riconosciuto della storia e delle tradizioni scozzesi, Walter Scott (1771-1832). Non era di per sé una scelta scontata o semplice, al di là dell’ammirazione che Giorgio nutriva per i suoi scritti e alla reciproca, personale conoscenza. Nelle sue opere Scott aveva spesso cantato le gesta di eroi che nel corso del secolo precedente si erano battuti proprio contro la dinastia tedesca ora incarnata da questo re; Waverley, il protagonista del suo primo romanzo, aveva combattuto vicino a Carlo Edoardo Stuart, l’ultimo reale pretedente al trono di Scozia morto in esilio a Roma nel 1788, da meno di quarant’anni.

In ogni caso Scott accettò. Pensava che il modo migliore per saldare il rapporto difficile tra sudditi e re fosse quello di trasformarlo, almeno all’apparenza, dal legame distaccato, un poco astratto del cittadino con il suo governante, in quello più intimo, quasi familiare che intercorre tra il clan e il suo capo.

Occorreva dare una forma visibile a questa sostanza immateriale; e la moda maschile sembrò a Walter Scott il campo adatto a quell’impresa. Chiese agli uomini delle famiglie di Edimburgo che avrebbero preso parte alla cerimonia, e a tutti i membri dei clan convenuti, di abbigliarsi con un kilt, invece di utilizzare la giacca e i pantaloni che da lungo tempo erano l’abito comune degli Scozzesi. Indicò inoltre di distinguere con colori esclusivi i membri di ogni clan, di ciascuna famiglia. Infine fece vestire con un kilt lo stesso Giorgio IV; scelse per lui un tartan rosso e verde, denominato «Royal Stewart» in onore di quella dinastia scozzese che era stata sconfitta dalla famiglia del re e che si era ormai estinta. Una sorta di rivincita post mortem di un partito umiliato dalla storia, ma risorto nella dignità letteraria dei romanzi di Scott, e ora in questa cerimonia.

Augustin Edouart, Silhouette di Sir Walter Scott, 1831, Corson Collection, P.3149, University of Edinburgh.

Il risultato fu il più grande assembramento di uomini in gonna da molto tempo a quella parte.

L’eco fu immensa: nel giro di pochi anni uomini in kilt potevano presentarsi alle serate danzanti di una città come Milano. Da quel momento, quasi non serve aggiungerlo, noi pensiamo addirittura che il kilt sia l’abito caratteristico di uno Scozzese, senza più distinguere tra highlander e cittadino.

Eppure, quel 12 agosto del 1822, un uomo si presentò vestito con un paio di pantaloni; quell’uomo, per suprema ironia, era proprio Walter Scott.

4. Sabrina

Perché l’artefice di quella giornata memorabile, che può forse considerarsi la più vasta operazione di fashion influencing che si ricordi, aveva scelto per sé quell’abbigliamento comune eppure eccentrico?

Lo stesso Walter Scott rispose a questa domanda. La sera precedente, affermò, rientrato a casa dopo una cena privata con il re, «si era seduto accidentalmente su un bicchiere di vetro che aveva dimenticato in tasca», ferendosi una gamba con i frammenti che se n’erano prodotti. Ciò gli aveva sconsigliato di mostrare le gambe nude, per non esporre le ferite.

Probabilmente non era vero. È possibile invece che Scott non volesse scoprire gli arti offesi dalla poliomielite che aveva contratto da bambino, e che gli rendeva tuttora difficile camminare senza un bastone. Ma la sua risposta era una di quelle bugie che realizzano un’opera d’arte: perché Scott anticipava, ignaro almeno di questo, una celebre scena del film Sabrina (1954), quando uno svagato William Holden, ammaliato da Audrey Hepburn, si sarebbe ferito allo stesso modo, un secolo abbondante dopo di lui, appoggiandosi a due calici di cristallo infilati nelle tasche dei pantaloni durante una festa notturna.

Prima ancora, quella bugia era come una firma personale: facendoci credere che il kilt fosse in lungo e in largo, per secoli interi, l’abito nazionale di una Scozia che in questa forma iniziava a esistere mentre veniva raccontata, Scott aveva trasformato irreversibilmente la realtà con un’azione poetica, plasmando l’immagine del passato, il suo futuro, il nostro presente. ù

E la sua figura, accompagnata da un bastone da passeggio, con i pantaloni lunghi fino alle caviglie, oppure infilati in un paio di stivali, ci ricorda chi ne fu l’autore.

5. Nota bibliografica

Il passo dedicato da George Buchanan al tartan è in Rerum Scoticarum historia, Edinburgh 1582, libro I, capitolo 30.

L’edizione di riferimento per i diari di James Hogg è Highland Journeys, Edinburgh 2010. Del racconto di viaggio del 1804 esiste anche un’edizione italiana: James Hogg, Viaggio nelle Highlands, con una lettera di Walter Scott, Milano 1997.

L’organizzazione della visita di Giorgio IV a Edimburgo e i relativi aneddoti sono raccontati da Stuart Kelly, Scott-Land. The Man who invented a Nation, Edinburgh, Polygon, 2011, pp. 196-217.

La presenza a una festa milanese del 1828 di uomini vestiti da «montanari scozzesi» mi è stata raccontanta dall’amica Elisa Sala: Mitologia dei costumi degli antichi in un quadro animato. Il carnevale presso la residenza milanese del conte Batthyany (1828), in Ludus litterarum. Studi umanistici in onore di Angelo Brumana, Milano 2020, pp. 306-19. Grazie.

Finito di scrivere il 7 ottobre 2021, durante una vacanza della quale rimarrò sempre molto grato. Pubblicato on line il 25 dicembre 2021.

Quando nasce una storia. Omero, Cervantes, Walter Scott

Oggi, 15 agosto 2021 è il 250° anniversario della nascita di Walter Scott. Per l’occasione condivido un testo pubblicato da poche settimane sulla rivista «Limina».

1. Maestro d’inganni

Se anche esistesse un registro anagrafico del mondo, sarebbe certamente difficile stabilire una data univoca per la nascita della Storia. La Storia: questa capacità di concepire l’esistenza di donne e di uomini, di animali e perfino di oggetti come una serie di eventi e personaggi collegati da una trama di connessioni; probabilmente non è nemmeno scaturita in un solo tempo, in un unico luogo.

William Allan, The Author of Waverley in his Study, 1828, Corson Collection, P.6103, University of Edinburgh.

Se non è lecito individuarne la nascita anagrafica, è però possibile, almeno secondo Hannah Arendt, riconoscere il momento esatto della sua nascita poetica.
È quando Ulisse, il maestro d’inganni dei poemi di Omero, siede alla corte del re dei Feaci: lì, durante un banchetto imbandito in suo onore, ascolta la storia delle sue stesse imprese narrata dal cantore Demodoco; si commuove; la storia della sua vita diventa qualcosa che esce dalla sua persona, un racconto esposto alle sue orecchie come a quelle di tutti i commensali.
È una storia raccontata in un libro, l’Odissea, ma che è avvenuta all’esterno di quel testo. Quasi in un’altra vita.

Prosegue su «Limina. Rivista culturale online».

WalterScott250

Sabato 20 marzo, alla torre di Smailholm negli Scottish Borders, sono state inaugurate le celebrazioni del 250° anniversario della nascita di Walter Scott (1771-2021) con la proiezione di un suggestivo gioco di immagini e testi: «decisi così di guadagnarmi il pane raccontando storie…».

Per seguire gli eventi dell’anno: walterscott250.com/.

Educazione scozzese (questo non si dice, quello non si fa)

1. Scorretto

A chi non è mai capitato di sentirsi rimproverare per avere detto o fatto qualcosa di apparentemente inappropriato, qualcosa che viene definito di volta in volta irriguardoso, intempestivo, intemerato oppure, più semplicemente, scorretto? Di solito quella parola, o quel gesto, non viene incriminata perché sbagliata di per sé, ma perché chi parla è troppo giovane, o troppo avanti negli anni; perché è donna o (più raramente devo ammettere) perché è un uomo; qualche volta persino perché è scozzese, se si trova a conversare con un inglese.

Queste e altre motivazioni non sono ovviamente fondate su leggi inviolabili o principi universali, sempre che il genere umano possa di per sé conoscerne qualcuno, ma su convenzioni di società e di cultura.

Con uno strano e ironico senso di giustizia queste convenzioni, invero violabilissime, possono colpire chiunque, nella vita di ogni giorno come nella letteratura, quando chi scrive mette nero su bianco parole per qualche motivo sconvenienti. E a questo punto poco importa che sia uno scrittore di successo, oppure no.

2. Il cervello di un cavaliere

Walter Scott (1771-1832) fu indubbiamente un autore di successo; di certo era uno scrittore veloce; ma se fosse anche ben educato lo lasceremo giudicare a chi legge.

Qualche volta, pur nella prosa apparentemente distesa, che si dilunga nella ricerca del minuto dettaglio descrittivo, dal ritmo lento di un uomo che non corre mai (se non quando scrive), ci presenta espressioni violente come uno schiaffo inaspettato, caratterizzate da un crudo senso dell’umorismo che pare degno di un gangster movie di Guy Ritchie, non fosse che questi è londinese. E in effetti si è scritto che Walter Scott fu sempre intimamente orgoglioso di avere tra i propri antenati una schiera di rapinatori, estorsori, piromani e altri simili gentiluomini, se non altro perché, per motivi di salute, poteva immaginare le loro azioni senza il rischio di doverle imitare.

Un esempio di questa scelta narrativa compare al termine della battaglia di Prestonpans (21 settembre 1745), una delle poche vittorie della campagna di Carlo Edoardo Stuart per favorire il ritorno in Scozia del padre Giacomo, re senza corona, contro la monarchia degli Hannover. Lo scontro è descritto alla chiusura del secondo dei tre volumi che compongono Waverley (1814), il primo dei romanzi di Scott. Nelle ultime righe di questo memorabile capitolo viene narrata la morte di un personaggio che aveva fatto la sua prima comparsa circa duecento pagine prima, senza avere mai brillato per acume d’intelletto.

«Mai vittoria fu più completa. Quasi nessuno fuggì dalla battaglia, se non la cavalleria che se n’era andata al suo principio, e persino questa fu divisa in piccoli gruppi che si sparpagliarono per l’intero paese. Le perdite dei vincitori furono del tutto irrilevanti. Per quanto riguarda il nostro racconto, dobbiamo solo riportare il destino di Balmawhapple che, montando un cavallo ostinato e ottuso come il suo cavaliere, inseguì la fuga dei dragoni inglesi per quattro intere miglia dal campo di battaglia, finché una dozzina di fuggitivi si fece coraggio, si voltò, e spaccandogli il cranio a colpi di spada rivelò al mondo che quello sfortunato gentiluomo aveva effettivamente un cervello; la sua morte diede così la prova di un fatto che era stato messo seriamente in dubbio durante il corso della sua vita».

Litografia da un dipinto di William Allan raffigurante la battaglia di Prestonpans.
Edinburgh University, Corson Collection (particolare).

Ma, quando lascio nel dubbio che Walter Scott fosse un autore ben educato, non mi riferisco a questo stile di scrittura, che è con tutta evidenza una precisa scelta di intonazione. Sto piuttosto pensando a quella cura formale che, almeno secondo un altro grande autore scozzese, R.L. Stevenson, gli mancava. Prendiamo in mano il successivo romanzo di Scott, Guy Mannering (1815). Secondo la tradizione, corroborata dai documenti della stesura originale che ancora si conservano, fu scritto, ultimato e stampato in sole sei settimane: iniziato alla fine di dicembre del 1814, questo romanzo di oltre 300 pagine stampate fitte e dense, era in vendita nelle librerie di Edimburgo il 24 febbraio 1815. È chiaro che Scott, per mantenere un ritmo di lavoro che pare prodigioso, non poteva soffermarsi troppo sulle questioni di stile e di struttura.

E infatti accade nelle prime battute del libro un fatto curioso: mentre i primi dieci capitoli raccontano gli avvenimenti di una sola notte, o poco più, l’apertura dell’undicesimo proietta improvvisamente il lettore ben 17 anni più tardi, senza che nulla abbia fatto presagire uno stacco così ampio e deciso. Walter Scott si rese conto del problema, ma non poteva (o non voleva, come mi piace credere) tornare sui suoi passi per ripensare quella prima sezione dell’opera. Piuttosto, poco più tardi, al termine del capitolo XV, dichiara con disarmante e sorridente onestà:

«Ora dobbiamo lasciare questo luogo per seguire il nostro eroe, nel timore che i nostri lettori abbiano paura di perderlo di vista per un altro quarto di secolo».

3. Educazione scozzese

In nessun corso di scrittura creativa, immagino, si raccomanderebbe di scrivere qualcosa di simile all’inciampo di Guy Mannering tra un capitolo e l’altro; come in un salotto perbene nessuno suggerirebbe a un’educanda di parlare con un linguaggio apertamente completo, utilizzando il ventaglio assai ampio di termini e figure che la nostra lingua ci mette a disposizione, dal più ridicolo dei vezzeggiativi alla più immaginosa delle volgarità, fino all’esposizione plateale del cervello di un cavaliere. Questo non si dice, quello non si fa.

Eppure tutto questo è stato scritto da uno dei narratori più influenti che la storia della letteratura possa ricordare. E di sicuro persino Stevenson, che (l’abbiamo visto) non apprezzava le incongruenze della scrittura di Scott, riconosceva che nella sua casa ideale non avrebbe potuto mancare una copia di quello stesso Guy Mannering che sembrava costellato di difetti irrimediabili.

E noi che abbiamo cara la sincerità, nell’amicizia come nella letteratura, ci troviamo ancora una volta ad amare il nostro narratore. Perché non nasconde i propri errori per sembrare meno imperfetto di quanto non sia; non si ingegna nel velare d’ipocrisia quello che pensa; non si ferma a perfezionare la pagina appena finita; perché è come dominato dalla smania invincibile di scrivere veloce. Per vendere un libro di più, certamente; ma anche e soprattutto per raccontarci ancora una storia, prima che cali la notte, in un atto insieme di desiderio e generosità.

Ogni volta che questo accade Walter Scott ci si mostra spoglio, le sue parole offerte senza vergogna ai nostri sguardi; e così facendo in un istante ci rivela una storia, la sua storia di scrittore, per quella che è, non per come potrebbe apparire.

4. Nota bibliografica

Le prime edizioni dei due romanzi di Scott che sono qui citati sono separate da circa un anno: Waverley, Edinburgh, Constable, 1814; Guy Mannering, ibidem, 1815.

Il film più recente di Guy Ritchie è The Gentlemen (2019): a una prima visione mi si è confermato divertente e interessante, come immaginavo.

Il cenno alle orgogliose ascendenze genealogiche di Walter Scott è in Stuart Kelly, Scott-Land. The Man who invented a Nation, Edinburgh, Polygon, 2010, p. 50.

Il giudizio di R.L. Stevenson si concentra principalmente su The Antiquary (1816) e Rob Roy (1817), nei quali si identificano alcune incongruenze di ambientazione geografica, ed è esposto in My first Book: Treasure Island, «The Idler», agosto 1894, pp. 6-11 (i riferimenti a Scott sono nell’ultima pagina). Rob Roy è peraltro definito un «romanzo inimitabile».

Guy Mannering è inserito nel novero dei libri irrinunciabili di una casa ideale in un saggio incompiuto: R.L. Stevenson, The ideal House, in Essays of Travel, London, Chatto and Windus, 1905, pp. 199-206 (la citazione a p. 205).

Va notato che in tutti questi casi Stevenson non cita mai Scott per nome, ma si limita ai titoli delle opere.

Finito di scrivere il 18 ottobre, pubblicato on line il 24 dicembre 2020.

L’Orsa maggiore (leggere Walter Scott responsabilmente)

1. Il seme della scrittura

Se osserviamo il passato arcaico dell’Europa dal nostro attuale punto di vista, noi che viviamo in un mondo nel quale la scrittura diffonde ovunque parole sovrabbondanti, scopriamo che in quel tempo lontano i testi scritti furono pochi. Almeno sono pochi quelli sopravvissuti intatti fino a noi.

Le più antiche scritture alfabetiche furono incise nella pietra, oppure dipinte su ceramica. Non sempre erano intese a conservare la memoria di eventi importanti, come verrebbe da pensare in un primo momento: non conquiste di popoli; non fondazioni di città; non funerali di re ed eroi. Sono spesso scritture quotidiane, che registrano fatti apparentemente trascurabili, ma che per l’autore erano con ogni evidenza degni di considerazione.

Una di queste antiche scritture, una fra le prime che possano essere ricordate, si trova graffita in una roccia dell’isola di Thera, nel mar Egeo. Risale all’VIII secolo a.C. e contiene uno di quei testi che possono definirsi seminali di una lunga tradizione che giunge fino a noi. In un certo senso, sta all’origine stessa della scrittura in Europa.

Tradotta in italiano essa recita: «In questo luogo Krimon ha fottuto Amotion».

2. La coppa di Nestore

Era un tempo, quello dell’iscrizione di Thera, nel quale i poemi di Omero, quelli che noi conosciamo come Iliade e Odissea, circolavano ancora nelle forme più diverse: episodi sconnessi erano recitati tra le rupi greche, nelle piazze delle città, sulle spiagge delle isole. E noi non li conosciamo più, possiamo solo immaginarli attraverso la forma stabile che assunsero molti decenni dopo. Oppure intuirli attraverso rari frammenti scritti, come una di quelle iscrizioni arcaiche che la sorte ha deciso di conservare fino ai giorni nostri.

È il caso di una coppa di ceramica rinvenuta alla metà del XX secolo sull’isola di Ischia, in quella che fu la Magna Grecia.Un boccale realizzato in un materiale umile, argilla lavorata e cotta in un forno, sul quale si legge un epigramma di pochi versi che paragona quell’oggetto d’uso domestico alla leggendaria coppa di Nestore, il saggio re di Pilo che solo riusciva a sollevarla senza sforzo durante i banchetti, tanto era grande e pesante, ricca, sfarzosa.

Nella versione dell’Iliade che noi leggiamo, la coppa di Nestore compare nel libro XI, a partire dal verso 632:

«…una coppa bellissima, che il vecchio portò da casa,
sparsa di borchie d’oro; i manici
erano quattro; e due colombe intorno a ciascuno,
d’oro, beccavano; sotto v’eran due piedi;
un altro dalla tavola l’avrebbe mossa a stento
quand’era piena; ma Nestore la sollevava senza fatica».

3. Intermezzo alcolico

Una coppa come questa è un irresistibile invito a bere. Si può bere acqua fresca, come faceva Francesco Redi scrivendo il suo Bacco in Toscana (1685). Si può bere il forte vino del Mediterraneo, come fanno gli eroi di Omero. Oppure bere whisky, se ci si trova più a nord, in terra scozzese.

Uno spirito consono allo schietto distillato di contraddizioni che si trova negli esseri umani, soprattutto quando vivono nelle terre montane, scoscese, battute dai venti, qual è appunto la Scozia.

Popolare e nobile e rude insieme, questo liquido alcolico ha assunto persino nomi letterari. Ci sono etichette di whisky che rimandano ai personaggi o ai titoli degli scritti di Walter Scott: Roderick Dhu (da The Lady of the Lake, 1810); Bailie Nicol Jarvie (da Rob Roy, 1818); The Talisman (1825); The Antiquary (1816).

«Enjoy The Antiquary responsibly», si legge sugli annunci pubblicitari, in una non inconsueta sovrapposizione di consapevolezza e ipocrisia: «Bevete L’antiquario responsabilmente», oppure leggetelo, se preferite.

4. L’Orsa maggiore

Il primo romanzo di Walter Scott fu pubblicato quando l’autore aveva più di quarant’anni: Waverley (1814). Uno dei personaggi meglio riusciti di questo libro straordinario è il barone di Bradwardine, un signore scozzese della bassa aristocrazia feudale dei Borders: appassionato di libri e citazioni latine; elegante e burbero; saggio e avventato; paziente, ma orgogliosamente pronto a battersi per le persone amate; comprensivo e intransigente; colto e ingenuo; romantico e compassato. Il suo nome di battesimo è Cosmo.

Quando riceve nella propria dimora il protagonista della vicenda, il giovane Edward Waverley, lo invita a una cena con altri gentiluomini della zona. Al termine del banchetto il maggiordomo porta in tavola un cofanetto, chiuso con una serratura. Aperto il contenitore, il barone stesso ne estrae una preziosa, enorme coppa, della capienza di una pinta, in possesso della famiglia fin dall’XI secolo, almeno secondo il suo racconto. Il boccale ha la forma di un’orsa rampante, nobile emblema della casata, e perciò è detta Blessed Bear of Bradwardine (l’Orsa benedetta di Bradwardine); per chi le è familiare Ursa maior, l’Orsa maggiore.

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Incisione di Albrecht Dürer raffigurante il cielo dell’emisfero settentrionale (1515), London, The British Museum, 1895,0122.734.

Riempitala di un forte vino rosso di Bordeaux, il barone inizia a farla girare tra i commensali, mentre il giovane Waverley (che non è abituato al consumo di alcolici) è atterrito al pensiero degli effetti che la generosità del suo ospite produrrà. E non ha tutti i torti, perché il motto della famiglia è «Beware the Bear», «Attenti all’Orsa».

Il contenuto della coppa interviene presto sull’umore dei convitati e genera una serie di conseguenze di breve e lungo corso; ma non è questo il luogo nel quale rivelare troppo della trama del racconto. Piuttosto è il caso di sottolineare un dettaglio, che difficilmente può essere una coincidenza: il banchetto del barone di Bradwardine si svolge nell’undicesimo capitolo del romanzo, lo stesso numero del libro che nell’Iliade descrive la coppa di Nestore.

5. Conclusione

Chi osserva il cielo sopra questa nostra Terra, nell’emisfero boreale e in qualsiasi periodo dell’anno, sa che nella costellazione dell’Orsa maggiore, prolungando idealmente la linea che unisce i due astri di Merak e Dubhe in direzione settentrionale, si arriva alla stella polare. Immutabile nel corso del tempo per molte generazioni, è una guida stabile persino nei tempi più difficili.

Nello stesso modo chi legge Walter Scott, in qualsiasi emisfero si trovi (e su qualsiasi pianeta, verrebbe da dire), sa che unendo i segnali distribuiti dall’autore nel suo romanzo si arriva infallibilmente a un’altra stella polare, che sta all’origine stessa della letteratura: Omero.

Anche questo significa leggere Walter Scott responsabilmente.

6. Nota bibliografica

Le iscrizioni dell’isola di Thera e della coppa di Nestore sono citate in Robin Osborne, Greek Inscriptions as Historical Writing, in The Oxford History of Historical Writing, I, Beginnings to AD 600, ed. by Andrew Feldherr and Grant Hardy, Oxford, Oxford University Press, 2011, pp. 97-121. L’incisione di Thera è censita nelle Inscriptiones Graecae, XII, 3, Berlin, George Reimer, 1898, n. 538.

La traduzione dell’Iliade utilizzata è quella di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1950.

Il ditirambo Bacco in Toscana fu pubblicato a Firenze nel 1685. L’autore di questo elogio del vino, il toscano Francesco Redi (1626-1698), era noto per essere completamente astemio. Roderick Dhu è un personaggio del poema narrativo The Lady of the Lake, Edinburgh, Ballantyne, 1810. Nicol Jarvie è un magistrato (bailie) della città di Glasgow nel romanzo Rob Roy, Edinburgh, Constable, 1818. La prima edizione del romanzo The Talisman ha queste note editoriali: Edinburgh, Constable, 1825. La prima edizione di The Antiquary le è precedente di quasi un decennio: Edinburgh, Constable, 1816.

Il romanzo capostipite della produzione di Scott è Waverley, Edinburgh, Constable, 1814.

Pubblicato il 13 marzo 2020, © Simone Signaroli.

Intrigo internazionale (caccia al libro)

1. Un uomo innocente?

I film di Alfred Hitchcock si aprono di solito su un uomo che vive una situazione delle più comuni, quasi banale: passeggia in una strada, beve un drink con una donna, viaggia su un treno. Ma all’improvviso quell’uomo è travolto da una serie di eventi non convenzionali, che trasformeranno l’episodio iniziale nell’innesco di paure inattese e pericoli sorprendenti, che l’eroe dovrà affrontare suo malgrado. Lo spettatore avrà allora l’impressione che l’uomo della scena iniziale sia un innocente gettato nella tempesta a sua insaputa, e parteggerà per la sua costanza, ma anche per la sottile ironia con la quale fronteggerà i rovesci della sua fortuna. Ma l’impressione sarà davvero corrispondente alla realtà, quale si rivelerà al termine della vicenda?

Spesso l’eroe di Hitchcock ha il volto e l’abbigliamento di un indecifrabile Cary Grant, e rimarremo sempre nel dubbio che quell’uomo sia innocente o colpevole, pur innegabilmente elegante.

La nostra storia, a differenza di quelle raccontate da Hitchcock, non è intesa a essere angosciosa e appassionante, ma tranquilla e garbata. Confido tuttavia che si risolva in una forma altrettanto ambigua.

2. Un libro raro

Il nostro racconto si apre su un libro. È apparentemente un libro comune, che si trova sullo scaffale di una biblioteca come molti altri. Ha però la particolarità di essere estremamente raro, e perciò stesso ricercato. Ne sono venuto a conoscenza per caso, parlando con uno studioso di storia in un caffè di Breno, a metà di una fresca giornata d’autunno. L’aria era tersa e frizzante, come la si respira nelle Alpi in quella stagione.

Nel 1815, l’anno dell’ultima caduta di Napoleone, prima della prigionia nell’isola lontana di Sant’Elena, fu pubblicato a Londra un libro in tre volumi dal titolo francese: Histoire des conspirations formées contre Napoléon Buonaparte, depuis 1798, jusqu’en 1814, ou Chronique secrète de France et d’Italie depuis la création de la République Cisalpine jusqu’à la chute du tyran corse, publiée par le conseil des conjurés des deux pays; ovvero Storia delle cospirazioni ordite contro Napoleone Buonaparte dal 1798 al 1814, o Cronaca segreta di Francia e Italia dalla nascita della Repubblica Cisalpina alla caduta del tiranno corso, pubblicata dal consiglio dei congiurati di entrambi i paesi.

Bisogna ammettere che una simile presentazione del contenuto offre tutti gli elementi necessari a suscitare una certa curiosità: intrighi e cospirazioni, la vicenda di un uomo controverso quanto straordinario, l’Europa sconvolta dalla rivoluzione e dalle guerre, una storia segreta, un misterioso comitato internazionale di congiurati. Manca solo un’amante perduta.

Potrebbe dunque sembrare strano che un libro simile non abbia avuto successo. In realtà, così mi spiegava lo studioso durante la nostra conversazione, si trattava probabilmente di un’opera riservata a circoli ristretti e selezionati: ambienti governativi e servizi segreti. Erano forse questi, almeno in parte, gli stessi produttori del libro che si nascondevano dietro l’enigmatica espressione del «consiglio dei congiurati» proposta dal frontespizio.

Non posso dire molto di più a proposito del libro, perché devo confessare che non l’ho mai avuto tra le mani. Tutto ciò che ne conosco deriva dal catalogo della British Library, dove si trova una delle poche copie esistenti: una rapida consultazione mi ha permesso di viaggiare senza muovermi da casa, come quando Ludovico Ariosto visitava «il resto de la terra senza mai pagar l’oste», solo leggendo la geografia di Tolomeo; nello stesso modo in cui Robert L. Stevenson percorreva la mappa di un’isola che nessuno ha mai visto.

3. Un lettore ostinato

Quell’opera sulle cospirazioni ordite contro Napoleone è così rara, è stato affermato, «che può considerarsi come un manoscritto», dove ogni copia è un pezzo quasi unico piuttosto che un esemplare fra i tanti di una produzione seriale.

Ne consegue che anche le citazioni dell’opera sono estremamente rarefatte: l’impressione che ne deriva è quella di un libro tanto desiderato quanto poco letto, persino dagli specialisti.

Ma nel 1815, quando fu pubblicato, viveva in Scozia un lettore assai ostinato nella ricerca di libri non comuni, che nel contempo nutriva un vivo interesse per la vicenda di Napoleone. Quel lettore era Walter Scott. Reduce dallo straordinario successo del suo primo romanzo storico, Waverley (1814), forse ancora non sapeva che avrebbe scritto una biografia dell’imperatore dei Francesi, che sarebbe uscita oltre dieci anni più tardi; ma è certo che la Francia rivoluzionaria sta sullo sfondo del suo terzo romanzo, molto più vicino nel tempo, The Antiquary (1816).

E siccome i riferimenti a libri antichi e moderni, comuni e più rari, abbondano nelle pagine delle sue lettere come in quelle dei suoi romanzi, «non sarebbe avventato controllare se nella sua biblioteca possa trovarsi una copia di quella preziosa Storia delle cospirazioni, che pure è assente dalle più grandi biblioteche d’Europa, se si eccettua quella di Londra» pensai.

Così, subito dopo la conversazione nel caffè di Breno, eccomi a interrogare un nuovo catalogo, il secondo del nostro racconto. È il catalogo della biblioteca di Scott, pubblicato qualche tempo dopo la morte del grande romanziere (1838). Non ci delude. Una breve quanto precisa registrazione spiega che, nello scaffale denominato «S» e dedicato alle opere francesi sulla storia e le gesta di Napoleone, il primo palchetto ospita la «Histoire des Conspirations formées contre Napoléon Buonaparte, etc. 3 tom. 8vo. Londres». Anche se il titolo è abbreviato dal compilatore, non c’è dubbio circa la sua identificazione.

Molte domande ci si fanno incontro a questo punto. La prima dev’essere senz’altro: dove si sarà procurato quel libro rarissimo? Non era certo una di quelle pubblicazioni che si trovano in una comune libreria, nemmeno all’epoca di Scott. Avrà fatto valere la propria fama? Avrà sfruttato le sue conoscenze tra i componenti della Camera dei lord a Londra o alla corte del re? E infine: avrà utilizzato le informazioni che sono contenute nel testo, mentre si accingeva a scrivere la sua Vita di Napoleone?

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La biblioteca di Abbotsford in una cartolina d’inizio Novecento.

4. La beffa finale

È un segno della suprema ironia di Walter Scott il fatto che, a dispetto delle nostre domande, la sua copia del libro sia rimasta intonsa fino ad oggi: le pagine immacolate, le parole mute sulla carta ancora vergine.

Consultiamo un ultimo catalogo, il terzo della nostra storia, quello della Advocates Library di Edimburgo. È l’istituzione che conserva oggi la biblioteca di Walter Scott. La scheda dedicata ai tre volumi delle Cospirazioni ci dice che i fogli editoriali, duecento anni dopo la loro pubblicazione, sono ancora chiusi, «all pages uncut».

Era uno di quei libri che escono dalla tipografia con le pagine serrate l’una con l’altra, in attesa che la mano paziente del lettore adoperi una lama affilata per separarle: un’operazione che in questo caso, semplicemente, non avvenne.

Ottenuto uno dei libri più rari della sua collezione, agognato da un’intera comunità di studiosi, Walter Scott non lo aprì mai.

5. Nota bibliografica

Carlo Bazzani è lo studioso che mi ha fatto conoscere l’argomento, il 7 ottobre 2019. Ringrazio Elena dell’ospitalità offerta nel suo caffè di Breno, per la verità non solo in questa occasione.

Il libro al centro del racconto è, come spiegato nel secondo capitolo, Histoire des conspirations formées contre Napoléon Buonaparte, depuis 1798, jusqu’en 1814, ou Chronique secrète de France et d’Italie depuis la création de la République Cisalpine jusqu’à la chute du tyran corse, publiée par le conseil des conjurés des deux pays, Londres 1815. La scheda di catalogo consultata è quella relativa all’esemplare London, British Library, 10659.dd.2, disponibile alla pagina web ‹www.bl.uk›.

Il riferimento a Ludovico Ariosto rimanda alla Satira III, versi 61-66. Quello a Robert L. Stevenson, naturalmente, a Treasure Island, London, Cassell, 1883.

La considerazione sulla rarità del libro, che può quasi ritenersi un manoscritto, è espressa in «Il Risorgimento italiano», 19 (1926), p. 8.

Il titolo completo della Vita di Napoleone di Walter Scott è The Life of Napoleon Buonaparte, Emperor of the French, with a preliminary View of the French Revolution, 9 voll., Edinburgh-London, Cadell and Longman, 1827.

Il catalogo della biblioteca di Walter Scott nella sua tenuta di Abbotsford è Catalogue of the Library at Abbotsford, Edinburgh, Constable, 1838. La presenza del nostro libro è segnalata a p. 325, dove è descritto lo scaffale denominato «Press S. French works on the history and reign of Napoleon. Shelf I».

Non so se questa presenza possa avvalorare l’attribuzione della scrittura delle Conspirations a un ammiratore di Scott, Charles Nodier (1780-1844), che si affaccia per esempio in B. Gainot, La République contre elle-même. Figures et postures de l’opposition à Bonaparte au début du consulat (novembre 1799 – mars 1801), in Da brumaio ai cento giorni. Cultura di governo e dissenso politico nell’Europa di Bonaparte, a cura di A. De Francesco, Milano, Guerini e associati, 2007, pp. 143-55: 148. In questo caso lo stesso Nodier potrebbe essere seriamente sospettato di avere fornito il libro a Scott.

Il catalogo della Advocates Library di Edimburgo è consultabile alla pagina web ‹www.advocates.org.uk›.

Finito di scrivere il 23 ottobre 2019, © Simone Signaroli.

Sir Walter, vi presento Louisa (e Joanna, e Maria…)

Quando si pensa a un’amicizia tra donna e uomo sembra che l’immaginazione vada comunemente al film Harry ti presento Sally (When Harry met Sally, 1989): non c’è articolo sull’argomento che non lo citi, in genere chiedendosi se un simile rapporto sia mai possibile. Si tratta di una domanda che solitamente l’autore dell’articolo prende molto sul serio, e che qualifica con espressioni un poco enfatiche come «eterno dilemma» o «annosa questione».

Sia come sia, anche Walter Scott ha da dire la sua. In primo luogo ebbe in vita numerose amiche, alle quali era legato da corrispondenze epistolari, incontri personali, occasioni di collaborazione letteraria: dalla nobildonna Louisa Stuart alla poetessa e drammaturga scozzese Joanna Baillie, fino alla romanziera irlandese Maria Edgeworth.

Joanna Baillie
Mary Ann Knight, Ritratto di Joanna Baillie (1762-1851), particolare, National Galleries Scotland.

Chi legge Walter Scott sa che nei suoi stessi racconti non mancano personaggi femminili che hanno rapporti di amicizia con uomini. Ma sono le cornici metaletterarie, che racchiudono la narrazione, i luoghi dove si trovano gli incontri più interessanti: si ricorderà per esempio la conversazione di Peter Pattieson, autore fittizio di Old Mortality (1816), con la sua lettrice miss Martha Buskbody.

Oppure il colloquio di Chrystal Croftangry, l’immaginario raccoglitore dei Chronicles of the Canongate (1827), con Katie Fairscribe, la donna che gli racconta la storia di The Surgeon’s Daughter. Qui l’approccio dell’uomo all’amica contiene una riflessione teorica che non ha nulla da invidiare ai testi, o alla cinematografia, più recenti: solo li supera in grazia e leggerezza.

Per sgomberare il campo da possibili equivoci, si chiarisce innanzitutto che Chrystal Croftangry è uno scapolo di mezza età e non ha nessuna intenzione di sposarsi. È lui stesso a introdurre il proprio incontro con la donna:

«Non pretendo di essere indifferente alla compagnia di una donna giovane e graziosa, come vorrebbe chi si augura in simili occasioni di non provare “né felicità né pena”. Al contrario, posso osservarne con innocenza la bellezza, come qualcosa di cui si riconosce e apprezza il valore, senza per questo desiderare, o anche solo sperare, di possederla. Una giovane signora può in questi casi permettesi di conversare con il suo interlocutore senza nessun artificio o affettazione (cosa che le sarebbe impossibile con un giovane spasimante); e si può così mantenere un tipo di amicizia che è caratterizzato da una speciale tenerezza, forse in virtù della differenza di sesso, senza però che tale distinzione vi abbia un interesse diretto».

Immagino che Scott non ritenesse questa amicizia un’esclusiva di vecchi scapoli e ragazze non maritate: contrariamente a Chrystal Croftangry, Sir Walter era infatti un uomo sposato, e le sue amiche erano più vecchie di lui.

Finito di scrivere il 5 luglio 2019, © Simone Signaroli.

Tristano, Isotta e Biancaneve

Penso che si possa immaginare una fiaba alternativa nella quale Tristano e Isotta incontrano Biancaneve, il cacciatore e i sette nani, come nei racconti che si leggono nella rivista «Zeus!». Ma non è necessario aspettare che qualcuno scriva una storia come questa, perché si tratta di un incontro che in realtà è già accaduto.

1. Tristano e Isotta

Mentre stava lavorando alla sua raccolta di poesie e canti dei borders scozzesi, pubblicata nel 1802, Walter Scott si interessò a un manoscritto che si trovava nella biblioteca della corporazione degli avvocati di Edimburgo, della quale egli stesso era socio.

Il codice, oggi datato al secolo XIV, ma che Scott riteneva un po’ più antico, era appartenuto ad Alexander Boswell, padre del più noto James, e conteneva la più antica versione del romanzo di Tristano e Isotta in inglese medievale, risalente al XIII secolo (National Library of Scotland, Advocates’ ms. 19.2.1, denominato Auchinleck Manuscript).

Entusiasmatosi nella lettura di quel testo, e identificandolo con un’opera del bardo scozzese Thomas the Rhymer, Scott si dedicò di buona lena al poema e ne curò la prima edizione a stampa, che uscì dalla tipografia nel 1804 (Edinburgh, Constable). Il poema ebbe grande successo e fu ripubblicato più volte, nel 1806 e nel 1811.

2. Le fiabe dei fratelli Grimm

Negli stessi anni in Germania i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, celebri studiosi della letteratura e lingua tedesca, avevano raccolto una collezione di fiabe della tradizione, pubblicandole poco dopo con il titolo di Kinder und Haus-Märchen, Berlin, Realschulbuchhandlung, 1812. Tra le storie che vi erano comprese, si legge anche Biancaneve.

3. Lettere e rune

Il luogo dell’incontro fu Abbotsford, la casa che Walter Scott acquistò lungo il fiume Tweed, vicino all’abbazia di Melrose. Nella biblioteca si trova tuttora una copia delle fiabe dei fratelli Grimm in quella prima edizione, all’interno della quale fu rilegata una lettera manoscritta del 1814, indirizzata da Jacob a sir Walter: è il biglietto che accompagnava proprio quel libro, inviato in regalo all’illustre Scozzese.

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Abbotsford in un’immagine del tardo XIX secolo (Detroit Photographic Company), Washington, Library of Congress.

Era stato Scott a suggerirlo, in una lettera che da Abbotsford aveva scritto a Jacob il 29 aprile 1814, rispondendo a un biglietto ricevuto pochi giorni prima. Scott diceva di essere interessato alla raccolta di fiabe, che non era però riuscito a procurarsi, e prometteva di inviare a Jacob una copia della sua edizione di Sir Tristrem.

Le fiabe raggiunsero puntualmente la Scozia, come si è visto, ma anche una copia del libro di Scott fu recapitata ai fratelli Grimm, mantenendo la promessa. Lo sappiamo perché Wilhelm, quando pubblicò anni dopo uno dei suoi studi, citò proprio un episodio di Sir Tristrem riferendosi alla terza edizione del 1811, evidentemente quella che l’autore era riuscito a procurargli.

Il lavoro di Grimm era un saggio dedicato alle rune tedesche, e riguardava in particolare la divinazione con rametti d’albero, un’antica usanza germanica attestata fin dall’età classica. Era come se all’incontro fra Tristano, Isotta e Biancaneve, finalmente avvenuto, avesse partecipato anche Thor.

4. Nota bibliografica

Le fiabe dei fratelli Grimm nella biblioteca di Abbotsford sono registrate in Catalogue of the Library at Abbotsford, Edinburgh, Constable, 1838, p. 55.

La lettera di Walter Scott a Jacob Grimm del 29 aprile 1814 è pubblicata in Walter Scott, Letters, III, ed. by H. Grierson, London, Constable, 1932, pp. 434-39, disponibile all’indirizzo nell Walter Scott Digital Archive.

Il saggio sulla divinazione con i rametti d’albero è edito in italiano: W.C. Grimm, Sulle rune tedesche, Introduzione, traduzione, note e commento a cura di G. Garuti Simone, Roma, Carocci, 2010, pp. 170-77.

Finito di scrivere il 12 maggio 2019, © Simone Signaroli.

 

Liocorni e gattopardi (un viaggio in corriera)

1. Un incontro impossibile

Era prima mattina in un bel giorno d’estate, a Edimburgo. Un gentiluomo siciliano nato sul finire del XIX secolo, in viaggio per il nordest della Scozia, aveva appena acquistato il biglietto di una corriera per Queensferry e la stava aspettando alla stazione di partenza. La vettura era in ritardo e il viaggiatore ingannava il tempo pensando all’affittacamere che gli offriva alloggio, nel centro della città vecchia: l’aveva conosciuto ormai da qualche settimana, un attempato laburista appassionato lettore dei romanzi sociali di mrs Gaskell, che gli aveva fatto conoscere, con sua sorpresa nonché interesse.

Il silenzio di quei pensieri fu interrotto dai passi di un altro gentiluomo che si avvicinava in fretta: credeva di essere a sua volta in ritardo e temeva di avere perduto la corsa. Si accompagnava con un bastone da passeggio, cosicché il suo passo era triplice, piede bastone piede. Dimostrava all’apparenza cinquant’anni, o poco più. Portava una giacca di panno verde scuro, un panciotto giallo e un paio di pantaloni grigi lavorati a quadretti.

«Walter Scott, suppongo», disse il primo.

«In persona», rispose, «ma dite, signore, chi ho il piacere di incontrare?».

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W.H. Pyne, The Costume of Great Britain, London, Miller, 1808, Harvard University, Houghton Library.

2. Un viaggio in corriera

A questo punto il nostro racconto si fa difficile, perché occorre immaginare un dialogo tra defunti che in vita non possono essersi incontrati. È uno di quei colloqui che possono avvenire solo per iscritto, tra persone che si leggono di lontano. Walter Scott naturalmente non poteva riconoscere il viaggiatore, perché era morto prima che nascesse.

«Giuseppe Tomasi, lettore di tutti i vostri romanzi, e con piacere».

«Lieto di saperlo», rispose garbato l’incantatore del Nord. In cuor suo rimproverava chi ha avuto la malaugurata idea di inventarsi questo incontro, mettendolo in così chiaro svantaggio di fronte al suo compagno di viaggio. Ma era troppo ben educato per dirlo, e tacque per qualche istante.

Nel frattempo stava arrivando la corriera, non saprei dire se motorizzata come al tempo di Tomasi, oppure trainata da due coppie di cavalli, com’era comune nel primo Ottocento: di certo il conducente era un personaggio non difforme da quelli che si vedono oggigiorno sui mezzi pubblici della Valcamonica e di Glasgow, senza differenza apprezzabile. I due montarono a bordo. Quando il colloquio riprese, fu Scott a parlare.

«Questa scena me ne ricorda un’altra, che io stesso scrissi quando ero in vita. Anche in quel caso i due viaggiatori non si erano mai incontrati prima. Voi dite di avere letto tutti i miei romanzi. Anche voi, devo dire, avete l’aria di uno che scrive. Italiano, e dall’accento direi che vivete nel Mezzogiorno. Ma non siete di Calabria».

«Avete indovinato: sono principe di Lampedusa. E scrivo, è vero, ma l’autentico mio piacere è quello della lettura. Leggo quasi ogni cosa, perché il vero buongustaio, a quanto credo, è quello che sa apprezzare la più umile delle minestre di lenticchie».

«Leggete tutto quello che vi capita sott’occhio, insomma, come Cervantes quando trovò per caso il manoscritto con la storia di Don Chisciotte nella confusione di un mercato».

«So che avete un’autentica passione per quel romanzo, e in effetti anche ora lo citate, come in molti dei vostri lavori e delle vostre prefazioni».

«Sì, ma non divaghiamo, ho scritto fin troppo, e troppe prefazioni. Sono curioso di sapere che cosa può pensare di me un lettore come voi, che vive a cent’anni di distanza in una terra così diversa e, per taluni aspetti, così simile alla Scozia cui devo il mio nome, e che un po’ mi deve il suo. Spero che non abbiate tratto dai miei romanzi solo il piacere di una minestra di lenticchie, per quanto ben preparata».

«Tutt’altro, caro signore. Dovete sapere che consiglio a tutti la lettura dei vostri lavori, che ritengo i più formidabili racconti d’avventura, insuperabili davvero. E alcuni dei vostri personaggi lo sono altrettanto: Edgardo di Ravenswood per esempio. Così ombrosi, tormentati, audaci, avventurosi, sempre umani. Come i vostri cani (anch’io amo i cani, li amo ricambiato di quella peculiare sincerità che è solo loro, come voi sapete): sono sempre cani autentici, non semplici immagini letterarie di cani. E nemmeno come quelle macchie informi e isteriche che sono venuti tramutandosi i vostri eroi negli adattamenti della nostra malaugurata, obbrobriosa musica italiana d’opera».

In quel momento, forse perché il conducente l’aveva sentito ed era un melomane appassionato di Donizetti e della sua Lucia, la corriera ebbe uno scarto improvviso che fece sbalzare dal taschino della giacca di sir Walter uno dei suoi inseparabili taccuini, dalla copertina rossa accesa, come nel ritratto che gli aveva fatto Henry Raeburn. La pagina sulla quale si aprì portava appuntate alcune righe di un testo che non fu mai pubblicato durante la sua vita, e che il principe Tomasi non poteva avere letto.

3. Reliquie sacre e profane

Don Giuseppe si era chinato per raccogliere il quaderno, e sbirciandone il contenuto si era accorto dell’inedito.

«Di cosa state scrivendo?».

«Stavo scrivendo un tempo: ora sono morto, ricordate? Non scrivo più, non ce n’è più bisogno. Comunque stavo scrivendo della mia casa e delle reliquie del passato che vi si trovano raccolte, come tante tavole sopravvissute a un grande naufragio, sparpagliate e mescolate e perdute dai travagli del tempo, e raccolte con pazienza, magari senza un criterio rigoroso, ma con passione senz’altro. E in quel testo fingevo di essere il mio antiquario Jonathan Oldbuck, e che la casa che nel romanzo è sua fosse la mia, e viceversa. Un po’ contorto invero, ma divertente, almeno credo».

«Reliquie profane, dunque» pensò fra sé il principe di Lampedusa. «Sarebbe interessante inserirne di sacre nel lavoro che sto scrivendo. E magari un dottore di paleografia che deve ispezionarne i cartigli e valutarne l’autenticità, come in una collezione antiquaria d’altri tempi».

Mi piace immaginare, nell’impossibilità di questo incontro, l’effetto di una fonte letteraria altrettanto impossibile.

4. Liocorni e gattopardi

«Se posso indicare un difetto nei vostri lavori, sir Walter» continuò il viaggiatore, «è l’eccessiva meticolosità delle sezioni d’esordio. Per oltre cento pagine voi ci dite quali libri legge il protagonista, dove abita, se ama camminare o cavalcare. Prima che l’avventura prenda il volo e divenga inarrestabile, una vera forza della natura, ci tocca imparare persino quanti bottoni porta sulla giacca. Confesso che di solito agli amici suggerisco di saltare tutta questa parte, e gettarsi a capofitto nel racconto che segue».

«Questo rilievo, poiché viene da un Italiano, potrei prenderlo come un complimento, caro don Giuseppe: ci sono persino alcuni di voi che non amano Ariosto!», rispose Walter Scott, velando sotto forma di un sorriso il disappunto per quella critica.

A quel punto del colloquio Tomasi di Lampedusa non seppe resistere alla tentazione di fare leggere qualcosa di suo al compagno di viaggio. Gli porse dunque qualche pagina manoscritta che portava con sé, un abbozzo precoce del primo capitolo del Gattopardo, dove il gigante don Fabrizio è introdotto al lettore, con la sua famiglia e il cane Bendicò. Walter Scott iniziò a leggere. Dopo un poco sorrideva e, quando restituì i fogli al loro autore, questi rimase compiaciuto di quell’espressione soddisfatta. Il percorso era terminato ed entrambi scesero dalla vettura, prendendo strade differenti dopo un breve e cordiale saluto.

Anche Walter Scott era lieto, mentre camminava in modo sorprendentemente veloce, piede bastone piede. Se non conosceva il numero di bottoni della giacca di don Fabrizio, poteva contare le macchie di caffè sul suo panciotto.

5. Nota bibliografica

L’episodio della partenza in corriera da Edimburgo è modellato su W. Scott, The Antiquary, Edinburgh, Ballantyne and Constable, 1816, ch. I.

Il quaderno che Walter Scott porta con sé contiene il testo di Reliquiae Trotcosienses, or, The Gabions of the Late Jonathan Oldbuck Esq. of Monkbarns, edited by G. Carruthers and A. Lumsden, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2004.

Molte delle parole attribuite a uno dei due viaggiatori derivano da G. Tomasi di Lampedusa, Letteratura inglese, a cura di N. Polo, Milano, Mondadori, 1990. Lì è raccontato anche l’aneddoto dell’affittacamere di Edimburgo.

Il liocorno (o unicorno) è l’animale araldico del regno di Scozia. L’antipatia per Ariosto che Scott rimprovera ad alcuni Italiani è dello stesso Tomasi.

 

Finito di scrivere il 28 ottobre 2018, pubblicato on line il 25 dicembre, © Simone Signaroli.

Il senso di Scott per il costume del tempo

Walter Scott aveva più di quarant’anni quando pubblicò il suo primo romanzo (Waverley, 1814). Prima di allora, era stata fervida e continua la sua passione per le antichità scozzesi quanto per la lettura. Non deve quindi sorprendere che quel primo romanzo fosse ambientato circa sessant’anni prima dell’anno nel quale fu stampato: nella storia della letteratura, fu un punto di svolta straordinario.

Quando oggi leggiamo un romanzo ambientato nel passato, vicino o remoto, ci aspettiamo che l’autore abbia cura di descrivere l’ambiente, l’architettura delle città, la geografia dei luoghi, l’abbigliamento degli stessi protagonisti secondo l’uso del periodo nel quale la vicenda è collocata. Ci aspettiamo insomma che tutto sia concorde con il costume del tempo, e che l’autore l’abbia studiato a fondo.

Quello che è naturale per noi, tuttavia, non sempre è stato così. Per esempio se leggiamo l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1516), difficilmente potremo immaginarci i suoi personaggi, Rinaldo di Montalbano o Astolfo d’Inghilterra, come i paladini dell’età di Carlo Magno: piuttosto essi ci appariranno simili ai gentiluomini delle corti che lo stesso Ariosto frequentava, e sono gli eredi della tradizione letteraria, non i soggetti di una ricostruzione storica.

La svolta tra l’uno e l’altro modo di intendere la letteratura è stata attribuita proprio a Scott e ai romanzi inaugurati da Waverley. L’anglo-irlandese C.S. Lewis (1898-1963), storico della letteratura e romanziere egli stesso, amico di Tolkien e autore delle Cronache di Narnia e del ciclo del dottor Ransom, fu in gioventù un attento lettore di Walter Scott. Così attento che l’autore di Waverley è citato proprio riguardo al costume del tempo, the sense of period, in una delle sue ultime opere critiche, The discarded Image. An Introduction to Medieval and Renaissance Literature (1964): «È difficile pensare che il senso per il costume del tempo sia molto più antico dei romanzi di Waverley» (p. 183).

Per riassumere il concetto in un’immagine di dettaglio, se l’Orlando di Ariosto indossa babbucce rinascimentali, per Scott è importantissimo determinare se il principe Carlo Edoardo Stuart calzasse stivali oppure scarpe. E non è meno importante per gli stessi personaggi del racconto, come il Barone di Bradwardine.

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Fergus McIvor introduce Waverley al principe Carlo Edoardo Stuart, incisione di L. Stocks (1865), The University of Edinburgh Image Collections.

Perché la ricerca del corretto costume del tempo non rimane un espediente occasionale per dipingere un’ambientazione semplicemente plausibile. Essa viene elevata a sistema narrativo, dove il rispetto per il ruolo di ogni personaggio, di ogni dettaglio, è assoluto.

Mentre l’antiquario diventava romanziere, la tradizione letteraria si faceva ricostruzione storica.

Pubblicato il 15 agosto 2018, buon compleanno a Walter Scott.